Helheim: il regno dei morti nella mitologia norrena
Per nove notti, Hermóðr cavalca attraverso valli sempre più profonde e sempre più buie, finché il proprio cavallo, Sleipnir, prestato da Odino per l’occasione, non lo conduce fino a un fiume che ruggisce come nessun corso d’acqua del mondo dei vivi. Si chiama Gjöll, e sopra le sue acque si tende un ponte coperto d’oro scintillante, Gjallarbrú, sorvegliato da una fanciulla di nome Móðguðr. Lei lo ferma, gli chiede il nome e la stirpe, osservando che il ponte aveva tremato sotto il suo passaggio più di quanto tremi sotto cinque intere schiere di morti. Hermóðr risponde che sta cercando Baldr, il figlio di Odino, appena caduto sotto la freccia di vischio scagliata da un fratello ingannato, e chiede se lo abbia visto attraversare quelle stesse acque prima di lui. Móðguðr conferma, e lo lascia proseguire verso nord, verso il basso, verso i cancelli di Helheim.
Il ponte che trema più sotto un cavaliere vivo che sotto intere schiere di defunti rivela meglio di qualsiasi spiegazione quanto fosse eccezionale attraversare da vivi la soglia di Helheim. Móðguðr nota subito che Hermóðr non ha il colore dei morti e che il suo peso sulla struttura dorata di Gjallarbrú non somiglia a quello leggero delle anime che normalmente vi transitano. Per la guardiana del confine, abituata al silenzioso passaggio dei defunti, un cavaliere in carne e ossa rappresenta un evento fuori dall’ordinario.
Questo racconto, tramandato dalla Gylfaginning di Snorri Sturluson, offre l’unica narrazione estesa in cui un vivente attraversa consapevolmente la soglia di Helheim e ne torna per raccontarlo. È attraverso gli occhi di Hermóðr, più che mediante una descrizione neutra del luogo, che le fonti ci mostrano questo regno: non un inferno, né un luogo di punizione o la dimora del male, ma la destinazione di chi muore fuori dalla battaglia, secondo l’ordine cosmico immaginato dalla tradizione norrena.
Cosa si trova oltre il cancello
Varcato il ponte, Hermóðr prosegue fino a raggiungere un alto cancello, e per superarlo, secondo la Gylfaginning, sprona Sleipnir a saltarlo con un balzo che nessun cavallo comune avrebbe potuto compiere. Oltre quel cancello si apre la sala di Hel, chiamata Éljúðnir, dove Hermóðr trova finalmente Baldr, seduto nel posto d’onore, accolto la notte precedente con un banchetto che la stessa Hel aveva preparato in suo onore.
La descrizione che Snorri offre di questa sala resta più sobria rispetto al ricco dettaglio riservato a Valhalla nel Grímnismál: nessun tetto di scudi dorati, nessuna elencazione di porte capaci di far uscire ottocento guerrieri fianco a fianco. Éljúðnir viene nominata, la sua funzione di dimora regale viene stabilita, ma la sua architettura resta in gran parte lasciata all’immaginazione di chi ascolta. Questa sobrietà descrittiva non implica un giudizio di valore sul regno stesso: riflette piuttosto l’interesse specifico delle fonti superstiti, più concentrate sulla vicenda di Baldr e sul tentativo di riportarlo in vita che su un catalogo sistematico dell’arredamento del regno dei morti.
Skáldskaparmál, la seconda parte dell’Edda in prosa dedicata al linguaggio poetico degli scaldi, aggiunge alcuni elementi che arricchiscono, senza contraddirla, l’immagine tracciata dalla Gylfaginning: menziona un letto chiamato Sótt, letteralmente “malattia”, e tende chiamate Kǫr, “sofferenza”, presenti nella dimora di Hel, insieme a una soglia chiamata “inciampo” e altri oggetti dal nome altrettanto cupo. Questi dettagli, per quanto minimi, suggeriscono un ambiente pensato per riflettere nel proprio arredamento la natura stessa della morte non violenta, quella che giunge attraverso il deperimento del corpo piuttosto che attraverso la lama di una spada, senza tuttavia trasformare la sala in un luogo di tortura o di supplizio.

Un regno alla radice del mondo
La collocazione cosmologica di Helheim, secondo la Gylfaginning, la pone sotto una delle tre radici di Yggdrasil, l’albero che sostiene l’intera struttura dei nove mondi. Questa posizione sotterranea, comunemente immaginata come una diretta prosecuzione verso il basso rispetto al mondo degli uomini, colloca Helheim in stretta relazione con Niflheim, il regno primordiale del gelo e della nebbia già presente prima della creazione del cosmo.
Le fonti non sono sempre concordi nel distinguere con precisione Helheim e Niflheim. La Gylfaginning tende talvolta a sovrapporli, mentre altri testi, in particolare la Poetic Edda, presentano Niflheim come una realtà primordiale già esistente prima che Odino affidasse a Hel il governo del regno dei morti. Per questo motivo molti studiosi ritengono che la tradizione medievale conservi due concezioni parzialmente diverse, senza tentare di armonizzarle in un unico sistema.
Alla soglia di Helheim compare anche Garmr, il cane destinato a liberarsi durante il Ragnarök. Il Völuspá lo colloca presso una caverna chiamata Gnipahellir, ma le fonti non chiariscono se questo luogo coincida con l’ingresso di Helheim o se appartenga a un’area più ampia della geografia infera. Ancora una volta, la tradizione lascia aperta la questione, privilegiando la forza delle immagini rispetto alla precisione di una mappa.
Chi raggiunge questo regno
Contrariamente a un’idea diffusa nella cultura popolare contemporanea, Helheim non accoglie i malvagi in opposizione ai virtuosi destinati a un paradiso alternativo. Le fonti norrene distinguono i defunti principalmente in base al modo in cui hanno incontrato la morte, non in base a un giudizio morale sulla condotta tenuta in vita. Chi cade in battaglia, come raccontano gli articoli dedicati a Valhalla e a Fólkvangr, segue le valchirie verso una delle due sale riservate ai guerrieri scelti da Odino o da Freyja. Chi muore di vecchiaia, di malattia o per qualsiasi altra causa estranea al combattimento percorre invece la strada che Hermóðr segue nel proprio viaggio alla ricerca di Baldr.
Questo criterio, fondato sul tipo di morte piuttosto che sulla qualità morale della vita vissuta, distingue nettamente la cosmologia norrena da quella delle religioni che avrebbero organizzato l’aldilà attorno a un sistema di premio e castigo. Baldr stesso, il più amato degli dèi secondo le fonti, raggiunge Helheim non per una colpa, ma perché la sua morte, causata dal dardo di vischio scagliato da Höðr sotto l’inganno di Loki, avviene lontano dal campo di battaglia. La sua presenza nel regno di Hel basta a mostrare che questo luogo non rappresenta una punizione riservata ai colpevoli.
Le fonti medievali non mettono mai in discussione questo principio. Helheim appartiene all’ordine naturale del cosmo norreno: non separa i giusti dagli empi, ma distingue i caduti in battaglia da coloro che hanno incontrato una morte diversa.
Il tentativo di riportare Baldr
La morte di Baldr getta l’intero pantheon norreno in un lutto che il Gylfaginning descrive con un’intensità rara per la mitologia scandinava, abituata più alla violenza guerriera che al pianto collettivo. È in questo contesto che Odino invia Hermóðr a cavallo di Sleipnir verso Helheim, con l’incarico specifico di negoziare con Hel il ritorno del figlio più amato.
Hel, di fronte alla richiesta di Hermóðr, pone una condizione che il Gylfaginning riporta con precisione: se ogni cosa nel mondo, viva o morta, piangerà per Baldr, allora questi potrà tornare tra gli Æsir; se anche una sola voce si rifiuterà di piangere, Baldr resterà a Helheim. Gli dèi inviano messaggeri in ogni angolo dei nove mondi, e ogni cosa piange davvero, gli uomini, gli animali, le pietre, i metalli, tutto ciò che esiste sembra disposto a versare lacrime per restituire Baldr al mondo dei vivi. Soltanto una gigantessa, chiamata Þökk in alcune fonti e sospettata da molti, allora come oggi, di essere lo stesso Loki travestito, rifiuta di piangere, dichiarando che Hel tenga pure ciò che ha.
Questo rifiuto sigilla il destino di Baldr, che resta a Helheim fino al giorno del Ragnarök, quando secondo il Völuspá tornerà insieme al fratello Höðr in un mondo rinnovato dopo la distruzione cosmica. La condizione posta da Hel merita attenzione particolare: non è un capriccio arbitrario, ma una regola chiara e verificabile, applicata con coerenza anche quando il risultato, la permanenza di un dio tanto amato in un regno sotterraneo, dispiace profondamente a chi la richiede. Hel non appare in questo episodio come una divinità crudele che gode della sofferenza altrui, ma come sovrana che applica la legge del proprio regno senza favoritismi, nemmeno verso il più amato degli dèi.
L’identità di Þökk, la gigantessa che rifiuta di piangere, resta uno dei piccoli enigmi che la Gylfaginning lascia volutamente aperti. Snorri stesso registra il sospetto diffuso che si trattasse di Loki travestito, coerentemente con il ruolo che lo stesso Loki aveva già svolto nell’orchestrare la morte di Baldr attraverso l’inganno teso a Höðr, ma non conferma questa identificazione con la stessa sicurezza con cui narra gli altri dettagli dell’episodio. Questa ambiguità, lasciata volutamente irrisolta dal testo, rafforza paradossalmente la responsabilità di Loki agli occhi del lettore: che sia lui in prima persona o un travestimento delle proprie intenzioni, l’unica voce che nega il pianto universale appartiene comunque, direttamente o indirettamente, alla stessa forza che aveva già causato la morte di Baldr.

Il ruolo di Hel nel proprio regno
Hel, figlia di Loki e della gigantessa Angrboda, riceve da Odino, secondo il racconto della Gylfaginning, il governo di questo regno insieme al compito di accogliere coloro che muoiono fuori dalla battaglia. La sua figura merita un approfondimento specifico, ma è importante ricordare che la sua autorità non nasce da una conquista o da una ribellione contro gli dèi: è Odino stesso ad affidarle il dominio di Helheim, inserendolo nell’ordine del cosmo.
Questo dettaglio aiuta a comprendere la natura del regno. Hel non agisce come una sovrana ostile ad Asgard, ma come la custode di una funzione necessaria all’equilibrio del mondo. Quando Hermóðr chiede la liberazione di Baldr, la dea non si lascia guidare da ostilità personale né da compassione: applica semplicemente la condizione che governa il proprio regno. Perfino il figlio più amato di Odino resta soggetto alle stesse regole che valgono per ogni altro defunto.
La Gylfaginning descrive Hel con il corpo diviso tra il colore della carne viva e quello di un cadavere. Le fonti medievali si limitano però a registrare questo aspetto senza attribuirgli un significato simbolico esplicito. Le interpretazioni che vedono in questa immagine un richiamo al confine tra vita e morte appartengono soprattutto alla riflessione moderna.
Un regno, non una condanna
Distinguere Helheim dall’inferno delle tradizioni cristiane richiede di abbandonare categorie che la religione norrena non applicava al proprio regno dei morti. Nessuna fonte medievale descrive Helheim come un luogo di tormento eterno o di punizione per i peccati commessi in vita. Al contrario, quando Baldr vi giunge, Hel lo accoglie con gli onori dovuti al suo rango, un particolare difficilmente conciliabile con l’immagine di un regno norreno destinato esclusivamente alla sofferenza.
Questo non significa che Helheim fosse considerato equivalente a Valhalla. La cultura guerriera scandinava attribuiva un prestigio particolare alla morte in battaglia, mentre chi moriva di vecchiaia, di malattia o per altre cause seguiva semplicemente un destino diverso. La differenza riguarda il modo in cui si muore, non un giudizio morale sulla vita del defunto.
Con il passare dei secoli, e soprattutto dopo la cristianizzazione della Scandinavia, alcune opere tarde mostrano tracce di una visione più vicina ai concetti cristiani di premio e castigo. Si tratta però di una rielaborazione successiva, che non coincide con l’immagine di Helheim trasmessa dalla Poetic Edda e dalla Gylfaginning.
Anche la somiglianza linguistica tra l’inglese hell e il nome di Hel ha contribuito a sovrapporre due realtà molto diverse. Le due parole condividono infatti un’antica radice germanica, ma questa parentela etimologica non implica che il regno di Hel svolgesse la stessa funzione dell’inferno cristiano. Le fonti norrene descrivono un luogo con caratteristiche e finalità profondamente differenti.
Quello che i testi lasciano senza risposta
Le fonti che descrivono Helheim sono poche e appartengono a epoche diverse. I poemi della Poetic Edda conservano tradizioni probabilmente anteriori alla cristianizzazione della Scandinavia, mentre la Gylfaginning di Snorri Sturluson organizza quel patrimonio in una narrazione più ampia, composta ormai nel XIII secolo. Questa distanza cronologica spiega perché alcuni aspetti della cosmologia norrena non risultino sempre perfettamente coerenti.
Non sappiamo, ad esempio, se il criterio che distingue i caduti in battaglia dai morti destinati a Helheim fosse applicato nello stesso modo in tutta la Scandinavia, né fino a che punto la figura di Hel come sovrana del regno fosse già definita prima della redazione della Prose Edda. Anche il Baldrs draumar, pur raccontando un viaggio nel regno dei morti, offre una prospettiva diversa e molto più essenziale.
L’archeologia contribuisce a completare solo in parte questo quadro. Le sepolture vichinghe, spesso accompagnate da armi, utensili, cibo e oggetti personali, mostrano che i popoli nordici immaginavano una qualche forma di continuità dopo la morte. Non confermano i particolari narrati dalle Edda, ma rendono plausibile l’idea di un aldilà concepito come un luogo da abitare, più che come uno spazio di ricompensa o di punizione.
Helheim nella cultura contemporanea
La cultura popolare moderna ha spesso trasformato Helheim in un equivalente scandinavo dell’inferno cristiano, complice anche la somiglianza fonetica tra il termine norreno e la parola inglese “hell”. Videogiochi, fumetti e produzioni televisive tendono a raffigurarlo come luogo oscuro e minaccioso, popolato da mostri e fiamme, un’immagine che deve più all’immaginario horror contemporaneo che alle fonti medievali islandesi.
Questa trasformazione, per quanto comprensibile dal punto di vista narrativo e commerciale, allontana significativamente Helheim dalla propria descrizione originaria: un regno sobrio, governato da una sovrana che applica regole precise, capace di offrire ospitalità persino al più amato degli dèi. Alcune opere di narrativa fantasy più attente alla filologia norrena hanno tentato negli ultimi decenni di restituire questa complessità, presentando Hel non come un demonio ma come sovrana legittima di un regno necessario all’equilibrio cosmico, ma restano eccezioni rispetto alla tendenza dominante a semplificare Helheim in una minaccia oscura da cui gli eroi devono fuggire o che devono sconfiggere.

Il cavaliere che se ne va senza il fratello
Hermóðr resta a Helheim un’altra notte, ospite della sala di Hel insieme a Baldr, prima di ripartire verso Asgard con la risposta della sovrana e con i doni che Baldr affida agli dèi rimasti nel mondo dei vivi, tra cui l’anello Draupnir destinato a Odino. Attraversa di nuovo Gjallarbrú, supera ancora una volta lo sguardo di Móðguðr e risale verso Asgard portando con sé non il fratello ritrovato, ma soltanto la speranza affidata a un ultimo tentativo.
Le fonti non raccontano cosa pensi Hermóðr mentre lascia Helheim. Raccontano soltanto che torna senza Baldr. Il regno dei morti si richiude alle sue spalle con lo stesso silenzio con cui lo aveva accolto, ricordando che, nella mitologia norrena, esistono soglie che perfino gli dèi possono attraversare, ma non sempre cambiare.
