Ares nella mitologia greca: il dio della guerra che nessuno amava davvero
C’è qualcosa di paradossale nell’essere il dio della guerra e non essere rispettato nemmeno dai tuoi pari. Ares — il dio della guerra nella mitologia greca, figlio di Zeus e di Era, una delle dodici divinità dell’Olimpo — incuteva timore, ma raramente suscitava ammirazione. Era potente, ma poco stimato. Era formidabile in battaglia, eppure veniva sconfitto, ridicolizzato e ignorato con una frequenza che avrebbe umiliato qualsiasi altro dio. La sua storia è una delle più oneste dell’intero pantheon greco: quella di una forza pura, priva di saggezza, di strategia e di uno scopo, e di ciò che quella forza produce quando viene lasciata libera di agire.
Chi è Ares nella mitologia greca
Ares è il dio della guerra nella mitologia greca nella sua forma più cruda: la guerra come violenza fine a se stessa, distinta dalla strategia e dal sacrificio necessario. Il suo dominio era il campo di battaglia nel momento del caos: il corpo a corpo, il sangue, il fragore degli scudi, la morte rapida e senza dignità. Era il dio di ciò che la guerra fa agli uomini quando smettono di pensare e cominciano semplicemente a combattere.
Per comprendere meglio il suo ruolo all’interno del pantheon, puoi vedere la panoramica completa dei dèi della mitologia greca.
Nel pantheon greco occupava un posto formalmente importante — Ares è infatti una delle principali divinità dell’Olimpo, insieme agli altri dodici dèi dell’Olimpo, figlio del re e della regina degli dèi — ma narrativamente era una figura scomoda. Gli altri dèi lo tolleravano più che rispettarlo. Suo padre Zeus lo definiva apertamente il più odioso dei suoi figli. Atena lo sconfiggeva regolarmente in battaglia. Persino Efesto, il dio zoppo e reietto, riuscì a umiliarlo con una trappola che fece ridere tutti gli olimpici.
Eppure Ares era necessario. La guerra esisteva e qualcuno doveva incarnarla. I Greci ebbero l’onestà di non trasformare il loro dio della guerra in un eroe: lo rappresentarono esattamente per ciò che era, potente, irascibile, impulsivo e profondamente solo.
Origine e genealogia
Ares era figlio di Zeus e di Era — i due sovrani dell’Olimpo — il che lo rendeva, sulla carta, uno degli dèi con la genealogia più nobile del pantheon. Fratello di Efesto, fratellastro di Atena, Apollo, Artemide e molti altri, era al centro della famiglia divina per nascita se non per affetto.
Se vuoi visualizzare le relazioni familiari tra gli dèi, puoi consultare l’albero genealogico della mitologia greca.
In alcune versioni del mito la sua origine era persino più singolare. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta che Era lo concepì da sola — senza Zeus — toccando un fiore magico donatole dalla dea Cloride. Sarebbe stata una risposta alla nascita di Atena, che Zeus aveva generato direttamente dalla propria testa. Se la storia fosse vera, Ares sarebbe l’unico degli olimpici maggiori nato fuori da qualsiasi unione divina — un essere di pura volontà materna, senza padre riconoscibile.
Indipendentemente dalla versione, il suo carattere era già definito dalla nascita: impulsivo, violento, capace di grande forza e di pochissima riflessione. Non è una coincidenza che il figlio di Era — la dea che più di tutti soffriva per le infedeltà di Zeus, che aveva trasformato la propria gelosia in una forma d’arte — fosse anche il dio della rabbia e del conflitto.
Ares ebbe molti figli, tra cui Fobos e Deimos — il Terrore e il Panico — che lo accompagnavano in battaglia come scudieri cosmici. Aveva anche Armonia, figlia sua e di Afrodite, che incarna il paradosso più elegante della mitologia greca: la figlia del dio della guerra greco e della dea dell’amore che porta nel nome la promessa di pace.
Il significato della guerra — Ares contro Atena
Per capire Ares davvero, bisogna capire chi gli stava di fronte: Atena. I Greci avevano due dèi della guerra, e la differenza tra loro dice tutto sulla loro visione del conflitto.
Ares era la guerra come fatto bruto — il sangue, il caos, la morte immediata. Atena era la guerra come strategia — il piano, la tattica, la vittoria ottenuta con la mente prima che con le armi. Ares si buttava nella mischia senza pensare. Atena sceglieva il momento, costruiva alleanze, calcolava ogni mossa.
La preferenza dei Greci era evidente. Atena era venerata come protettrice di Atene, la città più influente del mondo greco. Ares riceveva culti molto più limitati. La guerra che portava gloria, fondava città e proteggeva le comunità apparteneva ad Atena. Ares incarnava invece la guerra che devastava ogni cosa, lasciando dietro di sé campi di cadaveri e rovina.
Nell’Iliade di Omero, i due si scontrano direttamente durante la guerra di Troia. Atena guida la lancia di Diomede contro Ares e permette a un mortale di ferire il dio della guerra. Ares urla di dolore con un fragore pari a quello di diecimila uomini e fugge sull’Olimpo a lamentarsi con Zeus. Il padre lo accoglie con ben poca simpatia.
Questo scontro va oltre una semplice scena di battaglia. Esprime una precisa scala di valori: la razionalità prevale sulla forza bruta, la strategia sul caos, la saggezza sulla violenza fine a se stessa.

Il carattere di Ares
Ares era impulsivo come un adolescente con poteri divini. Si gettava nei conflitti senza valutarne le conseguenze, si lasciava trascinare dalla rabbia e reagiva d’istinto anche nelle situazioni che avrebbero richiesto sangue freddo. Nella guerra di Troia combatte al fianco dei Troiani, sostenendo la causa che ha scelto di appoggiare.
La sua rabbia era immediata e totale. Quando Alirrozio, figlio di Poseidone, violentò sua figlia Alcippe, Ares lo uccise sul posto. Quel gesto lo condusse davanti al tribunale degli dèi sull’Areopago di Atene, il colle che porta ancora oggi il suo nome. Secondo la tradizione, venne assolto e quel luogo divenne il tribunale ateniese per i processi di omicidio.
Ma Ares porta con sé anche una dimensione più vulnerabile. È il dio di cui tutti riconoscono la necessità e dal quale tutti preferiscono mantenere le distanze. Viene invocato prima delle battaglie e cade nell’ombra quando il conflitto termina. Incarna il momento più violento della guerra, e con la fine dello scontro si esaurisce anche la sua presenza.
Ares e Afrodite
La storia d’amore tra Ares e Afrodite è una delle più celebrate e delle più umiliate della mitologia greca, e proprio questa duplice natura la rende così memorabile.
Afrodite era sposata con Efesto, il dio fabbro, secondo una delle tradizioni. Il loro matrimonio nasceva da una decisione di Zeus. Ares rappresentava tutto ciò che Efesto non incarnava: bellezza, forza fisica e impeto guerriero. L’attrazione tra i due era inevitabile.
Efesto scoprì la relazione grazie a Elios, il dio del Sole che vede ogni cosa. Anziché affrontare Ares con la forza, costruì una rete di maglie metalliche così sottile da risultare invisibile e la tese attorno al letto. Quando Ares e Afrodite si incontrarono, la trappola scattò e li imprigionò entrambi, nudi, nella rete di Efesto.
Efesto convocò gli dèi dell’Olimpo perché assistessero alla scena. Le dee rimasero lontane per pudore. Gli dèi accorsero e scoppiarono a ridere. Ermes arrivò perfino a dire che avrebbe accettato volentieri di trovarsi al posto di Ares, rete compresa. Poseidone intervenne come garante della sua liberazione. Ares venne infine rilasciato e si ritirò in Tracia, la regione dove il suo culto era particolarmente radicato.
La storia dice molto su entrambi i personaggi. Ares, il dio della guerra, soccombe all’ingegno di un artigiano. La tecnica prevale sull’impeto, e l’umiliazione pubblica diventa il prezzo della sua impulsività.
I poteri di Ares
I poteri di Ares nella mitologia greca erano essenzialmente fisici e bellici. Era indistruttibile in battaglia — nessun’arma mortale poteva ferirlo senza l’intervento divino — e la sua sola presenza sul campo amplificava il caos e la violenza intorno a lui. I suoi compagni abituali erano Fobos, il Terrore, e Deimos, il Panico — personificazioni degli stati psicologici che precedono e accompagnano il combattimento.
Era anche associato ai cani selvatici e agli avvoltoi — gli animali che si nutrono dei cadaveri sul campo di battaglia. Dove Atena era accompagnata dalla civetta della saggezza, Ares portava con sé i segni di ciò che rimane dopo la guerra.
Come tutti gli dèi olimpici, poteva assumere forma umana e intervenire direttamente nelle battaglie travestito da guerriero. In alcune versioni del mito era anche capace di trasferire la sua furia — il menos — nei guerrieri che sceglieva di favorire, trasformandoli temporaneamente in macchine da guerra incapaci di paura o dolore.
Il ruolo di Ares nei miti greci
Ares appare nei miti greci quasi sempre come elemento destabilizzante — una forza che entra in scena, crea violenza e caos, e poi viene neutralizzata, sconfitta o semplicemente rimossa quando il conflitto si risolve.
Nella guerra di Troia, come abbiamo visto, il suo ruolo è impulsivo e poco glorioso. Nell’episodio con gli Aloadi, Oto ed Efialte, i due giganti riescono a catturarlo e lo rinchiudono in un vaso di bronzo per tredici mesi, finché Ermes non lo libera. L’immagine del dio della guerra chiuso in un contenitore di metallo è forse la più eloquente di tutta la sua storia: la violenza imprigionata, privata della possibilità di agire.
Con Eracle, il figlio di Zeus, il rapporto è segnato dallo scontro. I due si affrontano in più occasioni e Ares viene ferito o costretto alla ritirata. Con Poseidone il conflitto nasce dall’uccisione di Alirrozio, episodio che conduce Ares davanti al tribunale dell’Areopago. Con Zeus il rapporto rimane difficile, scandito da continui rimproveri e da una stima mai davvero concessa.
Il suo legame più profondo resta quello con la Tracia, la regione che le tradizioni greche indicano come sua terra prediletta e dove il suo culto era particolarmente radicato. Lontano dalla raffinatezza olimpica, la sua natura guerriera trovava uno spazio che le apparteneva.
La differenza tra Ares e gli altri dèi dell’Olimpo
Ares era diverso dagli altri dèi olimpici in un modo che andava oltre il carattere: rappresentava la forza guerriera allo stato puro. Zeus poteva essere impulsivo, ma all’occorrenza esercitava il proprio ruolo di sovrano del cosmo. Apollo incarnava l’armonia e la razionalità. Atena la saggezza. Anche Dioniso, pur sconvolgendo ogni ordine, esprimeva una profonda dimensione religiosa e simbolica.
Ares incarnava una forza priva di misura. In una cultura che valorizzava la sophrosyne — la temperanza, la misura, l’autocontrollo — questo lo rendeva un modello divino poco adatto. Gli altri dèi potevano essere terribili, ma agivano secondo una logica riconoscibile, un progetto o una funzione. Ares seguiva soprattutto l’impulso della guerra, e proprio questa natura, agli occhi dei Greci, ne faceva una figura limitata.
Non a caso il suo equivalente romano, Marte, assunse un carattere e un’importanza molto diversi. A Roma Marte era una delle divinità più importanti del pantheon, padre di Romolo e quindi progenitore simbolico della città, oltre che emblema della virtù militare. La stessa figura ispirò due interpretazioni profondamente diverse: per i Greci la guerra priva di misura rappresentava un pericolo; per i Romani la guerra posta al servizio dello Stato e dell’ordine poteva diventare una virtù.

Poteri e simboli di Ares
I poteri di Ares nella mitologia greca erano quelli della guerra nella sua forma più diretta: forza fisica sovrumana, resistenza alle ferite e la capacità di amplificare il caos e la violenza sul campo di battaglia. La sua sola presenza bastava a trasformare uno scontro ordinario in una carneficina. Fobos e Deimos, il Terrore e il Panico, lo seguivano ovunque come ombre.
I suoi simboli principali erano la lancia e l’elmo, strumenti del combattimento e attributi di un dio votato allo scontro. L’elmo, in particolare, era uno dei suoi attributi più riconoscibili nell’arte greca e finì per rappresentare la guerra stessa. I suoi animali sacri erano il cane e l’avvoltoio: creature associate al campo di battaglia e ai suoi caduti. Anche il cinghiale figurava tra i suoi simboli, emblema di ferocia e impeto incontrollato.
La guerra che nessuno vuole celebrare
Ares è il dio che poche civiltà sceglierebbero come proprio simbolo, ed è proprio questa la ragione della sua straordinaria onestà. Le culture tendono a dare un senso alla guerra attraverso i valori che le attribuiscono: il coraggio, il sacrificio, la difesa della patria. Queste sono le qualità di Atena, di Achille nel suo momento migliore, dei guerrieri omerici che combattono consapevoli del significato delle proprie azioni.
Esiste però un’altra faccia della guerra, quella incarnata da Ares: una guerra priva di gloria, di strategia e di uno scopo. È la guerra come contagio, come istinto che prende il sopravvento sulla ragione, come violenza che si autoalimenta fino a far smarrire l’origine stessa del conflitto. I Greci ebbero l’onestà intellettuale di riconoscere questa realtà, di attribuirle un volto divino e di chiamarla Ares.
Ares era il dio di quella guerra. Il contrasto tra il culto che gli veniva riservato e la scarsa considerazione di cui godeva rivela un aspetto fondamentale della mentalità greca: riconoscevano la necessità di quella forza senza trasformarla in un ideale. In questa tensione — tra il riconoscimento di una realtà e il rifiuto della sua glorificazione — si coglie forse uno degli aspetti più moderni della mitologia greca.
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