capitano degli argonauti

Giasone e il Vello d’oro: l’eroe che raggiunse l’impossibile una volta sola

L’Argo lasciò il porto di Iolco con cinquanta rematori e un uomo che stava in piedi a prua senza essere il più forte, il più veloce o il più coraggioso a bordo. L’eroe Eracle era lì, e tutti lo sapevano. Orfeo era lì, con la lira che avrebbe salvato la spedizione in almeno due momenti critici. Castore e Polluce erano lì, con le loro capacità di combattimento e la protezione divina che portavano ai marinai.

Giasone era il capitano. Non era il più dotato — era quello che li aveva convinti a venire.

Questo non era una debolezza minore o un difetto secondario del mito. Era la sua caratteristica centrale, il fatto che la mitologia greca non cercò mai di nascondere del tutto. Giasone era un eroe di tipo diverso da quasi tutti gli altri grandi eroi greci: non prevaleva attraverso la forza o il dono divino, ma attraverso la capacità di organizzare, persuadere, costruire coalizioni tra persone più potenti di lui. Questa è stata la sua grandezza — e, alla fine, la sua rovina.

Chi era Giasone

Giasone era il figlio legittimo di Esone, re di Iolco, e avrebbe dovuto ereditare quel trono. Non lo ereditò perché suo zio Pelia — fratellastro di Esone — prese il potere mentre Giasone era ancora bambino. Per salvarlo, i genitori lo affidarono a Chirone, il centauro saggio del monte Pelio, che lo educò come educava tutti i giovani destinati a imprese straordinarie: caccia, medicina, musica, astronomia, le arti della guerra e della pace.

L’educazione di Chirone era diversa da quella che un palazzo avrebbe offerto. Sul Pelio si imparava a sopravvivere nella natura prima di imparare a governare gli uomini — si imparava a leggere il cielo e il bosco prima di imparare a leggere la politica. Giasone uscì da quella formazione con qualcosa che non era la forza bruta di Eracle né la grazia divina di Achille: era qualcosa di più ordinario e di più utile per un re, un uomo capace di capire cosa serviva nelle situazioni difficili e di trovare chi potesse fornirlo.

Il problema era che non aveva un regno. Pelia era ancora sul trono di Iolco, e non aveva nessuna intenzione di cedere.

giasone nella mitologia greca

La profezia del sandalo

Giasone tornò a Iolco da adulto, probabilmente per rivendicare ciò che era suo. Lungo la strada attraversò un fiume in piena e aiutò una vecchia a passare — che era Era travestita, e che non dimenticò il gesto. Ma nell’attraversamento perse un sandalo nel fango del fondo, e arrivò a Iolco con un piede scalzo.

Pelia aveva una profezia che lo teneva in guardia: si sarebbe dovuto guardare dall’uomo con un solo sandalo. Quando vide Giasone, capì immediatamente. Non si mostrò spaventato — si mostrò generoso. Riconobbe il nipote, lo accolse, e poi gli offrì un’opportunità che era in realtà una sentenza: sì, il trono è tuo, ma prima devi fare una cosa. Il Vello d’oro, appeso nel bosco sacro della Colchide, custodito da un drago immortale, ai confini orientali del mondo. Portalo qui.

Nessuno che Pelia conoscesse era mai tornato da quella missione. Ma Giasone disse di sì.

La scelta rivelava qualcosa di essenziale nel suo carattere: accettò una sfida impossibile perché era l’unica opportunità disponibile, non perché fosse certo di farcela. Era un calcolo politico prima ancora che eroico. Rinunciare significava rinunciare al trono per sempre. Accettare significava avere una possibilità, per quanto remota.

Giasone e gli Argonauti

La prima impresa reale di Giasone non fu attraversare il Mar Nero: fu convincere cinquanta eroi a salire su una nave e fare lo stesso. Non era un compito ovvio. Eroi come Eracle avevano già leggende proprie, missioni proprie, rotte già tracciate — perché avrebbero dovuto mettersi agli ordini di un giovane senza trono di una città minore della Tessaglia?

Giasone li convinse. Non sappiamo esattamente come — le tradizioni sorvolano questo punto — ma la spedizione degli Argonauti fu reale, e Giasone la organizzò. Reclutò, coordinò, negoziò. Quando i compagni proposero di eleggere Eracle capo della spedizione — il gesto ovvio, considerata la reputazione — fu Eracle stesso a dire no e a indicare Giasone. Quel momento era il riconoscimento implicito che il capitano di una spedizione non doveva essere necessariamente il membro più potente: doveva essere quello che teneva tutto insieme.

La spedizione dell’Argo riuniva eroi provenienti da molte regioni della Grecia, compresi i celebri Dioscuri legati al mito di Sparta.

La spedizione fu collettiva in un modo raro nella mitologia greca. Eracle fornì la forza quando serviva. Orfeo fornì la musica quando serviva — durante il passaggio delle Simplegadi, quando sincronizzò i remi con il ritmo della lira; più avanti, quando la voce di Orfeo coprì quella delle Sirene. Castore e Polluce furono i navigatori più capaci. Giasone diresse, mediò, decise quando agire e quando aspettare.

Ma senza ognuno di quei compagni, la spedizione sarebbe fallita. Questa era la struttura del suo successo: impossibile senza gli altri.

Medea e il successo impossibile

Alla Colchide, il carattere di Giasone fu messo alla prova in modo che nessuna forza o abilità militare poteva superare. Le prove che Eeta impose — i tori con il fuoco, il campo da arare, i guerrieri da sconfiggere — erano progettate per ucciderlo, e le avrebbe ucciso. Non c’era nessuna tattica, nessun allenamento, nessuna forza fisica sufficiente.

Fu la maga Medea a cambiare l’equazione. Figlia del re, sacerdotessa di Ecate, in possesso di una conoscenza rituale e botanica che non aveva equivalenti nel mondo greco — si innamorò di Giasone, o fu spinta verso di lui dagli dèi, o calcolò che era il suo modo di uscire dalla Colchide. I Greci stessi non cercarono mai di separare completamente queste possibilità.

Giasone ricevette ciò che offriva: l’unguento che lo proteggeva dal fuoco dei tori, le istruzioni per il campo e per i guerrieri-raccolto, poi la guida notturna al bosco sacro dove Medea addormentò il drago con i suoi preparati. Prese il Vello e si avviò verso la nave prima che il sole sorgesse.

La domanda che i Greci si ponevano — e che nessun testo risolve pienamente — era quanta parte di questo fosse merito di Giasone e quanta fosse merito di Medea. I miti greci suggeriscono una risposta piuttosto chiara: senza Medea, niente. Giasone aveva fatto la cosa giusta — aveva trovato e convinto la persona capace di ciò che lui non poteva fare — ma quella capacità non era sua.

Fece una promessa di matrimonio su acqua dello Stige, il giuramento più vincolante della religione greca. La mantenne abbastanza a lungo da tornare in Grecia.

giasone e medea sotto la notte

Il ritorno e il deterioramento

Tornato a Iolco con il Vello, Giasone aveva completato la missione impossibile. Ma Pelia era ancora vivo e ancora sul trono — e non aveva intenzione di cederlo per una promessa fatta sotto pressione anni prima.

Fu Medea a risolvere anche questo. Convinse le figlie di Pelia che avrebbe potuto ringiovanire il vecchio re attraverso un rituale magico — smembrarlo e ricombinarlo con un preparato speciale. Le figlie, ingannate, uccisero il padre. Il ringiovanimento non arrivò. Medea aveva usato il dolore filiale come strumento di vendetta per Giasone — una vendetta che lui non avrebbe potuto eseguire direttamente senza perdere ogni legittimità morale.

Questo risolse il problema di Pelia ma creò altri problemi: Giasone e Medea erano macchiati del sangue del re, anche se indirettamente. Fuggirono a Corinto.

A Corinto Giasone trovò una stabilità che non aveva mai avuto — e una tentazione corrispondente. Creonte, il re della città, aveva una figlia in età da marito e un trono da garantire. L’offerta era politicamente ovvia: sposare Glauce significava avere finalmente una base di potere stabile, legittima, greca. Significava smettere di essere il marito straniero della maga straniera e diventare un membro riconoscibile dell’aristocrazia greca.

Corinto e il tradimento

Giasone abbandonò Medea. Non di notte, non con la fuga — le disse quello che aveva intenzione di fare, cercando di presentarlo come un accordo ragionevole. Lei sarebbe rimasta a Corinto con i figli in una posizione rispettabile, lui avrebbe contratto questo matrimonio politico che avrebbe rafforzato entrambi. Era un argomento che riconosceva la durezza della realtà politica greca ma ignorava completamente la natura di ciò che aveva promesso, di chi era Medea e di cosa significava tradire qualcuno con quel tipo di conoscenza.

C’era qualcosa di comprensibile nella logica delle dinastie greche — e qualcosa di moralmente disastroso. Comprensibile: era straniero a Corinto, senza terra propria, con una moglie che spaventava la gente e figli che non avevano radici riconoscibili nella società greca. Il matrimonio con Glauce era l’unica via verso una stabilità ordinaria. Disastroso: aveva giurato sullo Stige, aveva ricevuto tutto ciò che aveva ricevuto, ed era disposto a scartare quel debito non appena aveva trovato qualcosa di meglio.

I Greci non lo assolsero. Le fonti sono abbastanza chiare nel presentare il tradimento di Giasone come moralmente riprovevole — non solo emotivamente, ma nella logica dei doveri religiosi che i giuramenti sullo Stige imponevano.

La distruzione finale

Medea agì. La veste avvelenata che mandò a Glauce uccise la sposa e poi Creonte, che cercò di salvarla. Poi uccise i figli. L’Euripide che porterà questa storia a teatro un secolo dopo presenterà Medea mentre agisce in modo deliberato, in piena coscienza — non in uno stato di follia. Era la forma più insopportabile dell’atto: compiuto lucidamente, come conseguenza di una catena causale che aveva inizio nel tradimento di Giasone.

Giasone perse tutto in quella notte. La promessa di legittimità politica era distrutta con la morte di Glauce e Creonte. I figli erano morti. Medea era fuggita su un carro inviato dagli dèi — intoccabile, fuori dalla portata di qualsiasi vendetta umana. Giasone rimase a Corinto con le macerie.

Sopravvisse. Era la sua caratteristica più costante — sopravviveva sempre, anche quando tutto intorno a lui crollava. Ma sopravvivere non significava vivere in modo degno di ciò che aveva compiuto una volta.

La morte di Giasone

La tradizione che racconta la fine di Giasone è forse la più eloquente di tutte. Non morì in battaglia, non cadde per mano di un nemico degno, non partì per un’ultima impresa impossibile. Si addormentò sotto la prua dell’Argo — la nave che aveva comandato attraverso il Bosforo e il Mar Nero, che lo aveva portato alla Colchide e da lì al trono mancato — e la nave decrepita cedette sopra di lui.

L’Argo era vecchia. Anni di esposizione agli elementi avevano corroso il legno, allentato i giunti, consumato le tavole. La trave di Dodona che aveva parlato di profezie era silenziosa da molto tempo. La nave che era stata una tecnologia sacra era diventata un relitto — e il relitto uccise il suo capitano mentre dormiva all’ombra di ciò che aveva già smesso di essere.

C’era qualcosa di preciso in quella morte — non casuale ma logicamente inevitabile, come se il mito stesso avesse deciso che l’unica fine adeguata per Giasone fosse essere schiacciato dai resti della sua unica impresa davvero grande. Non morì nel fallimento: morì nell’abbandono, sotto la prova di ciò che era stato capace di fare una volta e non aveva saputo preservare.

giasone contro il drago

Il significato di Giasone

I Greci erano precisi nel loro trattamento di Giasone: lo rispettavano come organizzatore della più grande spedizione collettiva della mitologia, lo condannavano per il tradimento del giuramento, e lo compiangevano per la fine solitaria. Non lo semplificavano in nessuna direzione.

La tensione al centro del suo mito era quella tra due tipi di grandezza: quella del singolo eroe, il cui valore si misura nella forza e nell’eccellenza personale, e quella del leader, il cui valore si misura nella capacità di coordinare le eccellenze altrui. Giasone era del secondo tipo — e per questo i racconti greci, che valorizzava enormemente il primo tipo, non sapeva del tutto dove collocarlo.

Era stato capace di cose che nessuno dei suoi compagni più forti aveva fatto: organizzare la spedizione, mantenerla coesa attraverso i pericoli, portarla a destinazione e di ritorno. Ma il prezzo di quel successo era stata una dipendenza — da Medea soprattutto, da tutti i compagni in generale — che non aveva mai completamente risolto in una forza propria. Quando le circostanze cambiarono e non aveva più né Medea né gli Argonauti a sostenerlo, non riuscì più a sostenersi senza ciò che prima lo aveva sorretto.

L’uomo sotto la nave

La storia di Giasone non è la storia di un fallimento totale. Raggiunse ciò che si era proposto — prese il Vello, organizzò il ritorno, sopravvisse. Ma raggiungerlo una volta non bastò: la vita che seguì fu una progressiva erosione di ciò che aveva costruito, guidata da scelte che rivelavano i limiti che il viaggio aveva temporaneamente nascosto.

Sopravvisse a tutto. Sopravvisse alla Colchide, alle Simplegadi, al mare ostile, alla vendetta di Medea. Si addormentò sotto la sua nave.

Quella era la vera fine: non il crollo improvviso, non la morte in battaglia, ma l’abbandono — essere schiacciato dai resti di ciò che una volta era stato grandioso, mentre dormiva.

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