guerrieri scelti dalle valchirie

Gli Einherjar: i guerrieri del Valhalla che si addestrano per una guerra già perduta

Dopo la battaglia rimane sempre qualcosa. Oltre ai corpi — che vengono portati via, sepolti o bruciati, lasciati ai corvi — rimane qualcosa nell’aria, una qualità specifica del silenzio che scende quando i suoni del combattimento finiscono e il campo torna al possesso del vento. In quel silenzio, secondo la tradizione norrena, arrivavano le Valchirie.

Arrivavano per guardare. Per esaminare i caduti con la stessa attenzione fredda e precisa con cui un artigiano esamina i materiali disponibili prima di scegliere quello giusto per un lavoro specifico. Tra tutti i guerrieri che giacevano sull’erba bagnata, le Valchirie erano le sceglitrici dei caduti e cercavano quelli con una certa qualità nel modo in cui erano morti — una qualità che andava oltre la bontà o la giustizia della causa per cui avevano combattuto, e riguardava qualcosa di più fisico e di più brutale: se avevano tenuto la posizione fino all’ultimo, se avevano cercato la morte invece di fuggirla, se nel momento finale avevano fatto quello che un combattente può fare.

Quelli scelti diventavano gli Einherjar.

Chi erano davvero gli Einherjar

Einherjar — in norreno, qualcosa come “quelli che combattono da soli” o “i guerrieri senza pari”. Il termine porta in sé già qualcosa di assoluto, di singolare, che si presta difficilmente alla traduzione. Più che semplicemente “guerrieri valorosi”, c’è una qualità di unicità nel nome che dice: questi sono distinguibili dagli altri, sono stati identificati come qualcosa di specifico tra tutti i possibili morti.

La distinzione fondamentale è questa: solo una parte dei guerrieri caduti diventa Einherjar. La maggior parte dei morti raggiunge il regno di Hel — il luogo degli ordinari, il grigio regno in cui le anime esistono senza particolari glorie né particolari tormenti, dove arrivano coloro che muoiono di malattia, di vecchiaia o in modi che la cultura norrena considerava diversi dalla morte in battaglia. Gli Einherjar sono i selezionati: coloro che le Valchirie hanno ritenuto adatti a qualcosa che richiede ben altro del riposo riservato ai morti comuni.

Quella selezione segue criteri diversi da una ricompensa morale. Si diventa Einherjar per il modo in cui si affronta la propria fine, per la qualità dimostrata nell’ultimo combattimento. La cultura norrena aveva per questo una chiarezza brutale che molte altre tradizioni religiose evitano: la morte acquista valore per ciò che può ancora produrre.

E ciò che può produrre è un esercito.

Il Valhalla come caserma per l’apocalisse

Il Valhalla — Valhǫll, la sala dei caduti, la dimora di Odino nell’Ásgarðr — viene spesso descritto, nell’immaginario popolare moderno, come una forma di paradiso norreno: banchetti eterni, bevute di idromele, compagnia di eroi. Questa descrizione è corretta, ma resta gravemente incompleta. È il banchetto notturno visto senza capire perché esiste e cosa succede durante il giorno.

Durante il giorno, gli Einherjar combattono. Si uccidono a vicenda sul campo che si estende davanti al Valhalla — Vígríðr, il campo della battaglia finale. Le ferite che ricevono sono reali. Le morti che subiscono sono reali. E ogni sera, quando il sole scende, risorgono. Le ferite spariscono. Si lavano. Si siedono a tavola dove le Valchirie servono l’idromele e la carne di un cinghiale che viene macellato ogni giorno e rinasce la notte successiva. Mangiano, bevono, parlano — e il giorno dopo ricomincia.

Il numero delle porte del Valhalla, nei testi norreni, è 540. Da ciascuna porta possono uscire 800 guerrieri fianco a fianco. Il calcolo va oltre un semplice elemento decorativo: è militare. Il Valhalla è stato progettato per contenere e poi rilasciare un esercito di dimensioni cosmiche nel momento in cui quel momento arriverà. Ogni dettaglio architettonico, ogni cifra, ogni descrizione delle abitudini degli Einherjar è funzionale a questa realtà: il Valhalla è una caserma. Il banchetto notturno rappresenta la parte logistica di un addestramento permanente.

Gli Einherjar continuano a combattere anche nell’aldilà. Si preparano alla fine del mondo.

einherjan ed il ragnarok

Odino e la paura del Ragnarök

Il dio della guerra e della sapienza sa. Questo è forse l’aspetto più profondo e più perturbante della sua figura nell’intero pantheon norreno: sa che il Ragnarök verrà, sa come finirà, sa il proprio destino specifico — la bocca di Fenrir che si chiude su di lui, l’inghiottimento definitivo. Ha visto questo attraverso la magia e la veggenza, ha consultato i morti e le norne, ha sacrificato un occhio per bere dalla fonte della saggezza di Mimir e si è impiccato a Yggdrasill per nove giorni per imparare le rune.

Sa. E proprio per questo prepara.

Gli Einherjar sono la risposta concreta di Odino alla conoscenza che lo condanna. Se il Ragnarök è inevitabile, se gli dèi sono destinati a combattere una battaglia che li distruggerà, allora l’unica risposta razionale è arrivare a quella battaglia con il miglior esercito possibile. Non tanto per vincere — prospettiva che Odino sa, o almeno teme, irraggiungibile secondo la profezia — quanto per combattere nel modo degno di chi conosce il proprio destino e affronta comunque la battaglia.

C’è in questo qualcosa che trascende la semplice mitologia e tocca qualcosa di più fondamentale nella psicologia delle culture nordiche: l’idea che la dignità possa esistere anche senza la vittoria, che valga la pena combattere una battaglia già destinata alla sconfitta, che il modo in cui si affronta il proprio destino sia più importante dell’esito. Gli Einherjar vengono reclutati per affrontare la battaglia finale degli dèi nel modo giusto, per fare quello che va fatto anche quando il risultato è già scritto.

Odino che raccoglie i morti gloriosi prepara un funerale cosmico abbastanza grande da meritare di essere ricordato.

Le Valchirie e la logica della selezione

Le Valchirie seguono una logica precisa. La tradizione norrena è esplicita su questo: scelgono i guerrieri adatti — quelli necessari per lo scopo specifico che Odino ha in mente, con le caratteristiche fisiche e psicologiche che quell’esercito pre-apocalittico richiede.

Il guerriero che ha combattuto valorosamente ma che, nell’ultimo momento, ha cercato di fuggire resta escluso. Il guerriero che ha tenuto la posizione sapendo già che sarebbe morto, che ha fatto l’ultima cosa che poteva fare con tutta la concentrazione disponibile, quello viene preso. La distinzione è sottile ma assoluta.

Questo produce una visione della morte eroica che è funzionale invece che sentimentale. La morte in battaglia acquista valore perché produce un certo tipo di morto che Odino può usare, più che per la sua bellezza o per l’accesso a premi soprannaturali. La gloria è reale, ma è anche strumentale. E gli Einherjar stessi, nel Valhalla, continuano a servire uno scopo: partecipano a qualcosa di più grande e di più impegnativo di qualsiasi vita ordinaria.

Einherjar famosi nella tradizione norrena

Tra i guerrieri che la tradizione associa al Valhalla e alla categoria degli Einherjar, alcune figure emergono con una presenza propria.

Sigurd — lo stesso Sigfrido della saga dei Volsunghi, l’uccisore di Fafnir, il guerriero tradito da Hagen — aveva tutte le caratteristiche che rendono qualcuno degno della scelta delle Valchirie: la qualità dell’incontro con la propria fine, il coraggio senza retorica, la grandezza che emergeva in ogni gesto. Le versioni più complete del mito lo collocano tra i grandi dell’esercito di Odino.

Helgi Hundingsbane — uno degli eroi più poeticamente trattati nell’Edda poetica — ha una storia particolare: fu ucciso, diventò Einherjar, ma la tradizione dice che tornò una notte dalla sua Valchiria, Sigrún, che lo amava. Una notte sola, poi ritornò al Valhalla e non riapparve più. Quella storia porta in sé la tensione fondamentale degli Einherjar: appartengono a un ordine diverso dal mondo dei vivi, la loro presenza è temporanea e segue un tempo diverso da quello degli uomini.

Il significato simbolico degli Einherjar

C’è un modo di leggere gli Einherjar come il punto di convergenza di diversi ideali della cultura nordica — più che una lista di valori, rappresentano la forma che quella cultura aveva trovato per dare senso a due esperienze fondamentali: la morte violenta e l’utilità della propria vita.

La morte violenta era una realtà quotidiana per le culture nordiche dell’alto medioevo — una possibilità sempre presente che andava integrata in un sistema di significato abbastanza robusto da renderla sopportabile. Gli Einherjar sono quell’integrazione: se muori in un certo modo, la tua morte diventa il reclutamento per qualcosa di più grande. Vieni scelto.

L’utilità di quella vita dopo la morte è altrettanto significativa. Gli Einherjar vivono ancora per combattere, addestrarsi e servire uno scopo. Nell’etica nordica, la vita senza uno scopo aveva poco valore, e la stessa logica si applica alla morte: anche da morti, gli Einherjar conservano una funzione. Questo produceva una forma di consolazione che si fondava sulla continuità dell’agire più che sull’idea di pace o di riposo.

Sotto tutto questo c’è il wyrd — il destino nordico, quella forza inevitabile che determina i risultati della collisione tra carattere e circostanza. Gli Einherjar non sfuggono al wyrd nordico. Il Ragnarök che li aspetta è parte del wyrd cosmico tanto quanto la morte in battaglia che li ha portati al Valhalla. Ma possono arrivare al Ragnarök nel modo giusto — addestrati, pronti, degni di quella fine cosmica — e questo, nella visione norrena del mondo, è già abbastanza.

l'essercito di odino

Nella cultura moderna

Wagner portò gli Einherjar nella sua cosmologia musicale — presenti nel Ring des Nibelungen come il corvo di eroi che popolava il Valhalla di Wotan, la versione wagneriana di Odino. La grandiosità delle sue orchestrazioni cattura qualcosa della dimensione cosmica degli Einherjar anche se li trasforma nel suo vocabolario filosofico ottocentesco.

Il gioco God of War ha costruito intorno a questa tradizione alcune delle sue sequenze più potenti: il Valhalla come luogo di ciclo infinito, il combattimento come pratica senza fine, la morte come ritorno inevitabile al ciclo successivo. Pur lavorando con le libertà creative del medium videoludico, quella rappresentazione coglie la struttura essenziale degli Einherjar meglio di molte versioni più fedeli.

La tradizione fantasy più ampia — dai romanzi di Neil Gaiman alle serie televisive nordiche — ha fatto degli Einherjar e del Valhalla un serbatoio di immagini per esplorare la tensione tra gloria e tragedia, tra l’eroismo che desidera la propria morte e il senso che quella morte dovrebbe avere. L’archetipo sopravvive perché risponde a qualcosa che attraversa il tempo nella psicologia umana: il bisogno di credere che certi tipi di vita e certi tipi di morte abbiano un significato che supera la singola esistenza.

Il campo al mattino

Stanno ancora combattendo.

Da qualche parte in Ásgarðr, dove il tempo funziona diversamente da come funziona nel mondo che conosciamo, gli Einherjar si sono già alzati dal banchetto notturno, hanno già imbracciato le armi, si sono già disposti sul campo di Vígríðr. Le ferite della notte precedente sono sparite. Il giorno è appena cominciato. La sequenza ricomincia.

Combattono perché questa scelta è stata fatta per loro dalle Valchirie, sul campo di battaglia dove sono morti. Continuano a impugnare le armi perché questa è la funzione che la loro morte ha assegnato loro. Si preparano perché Odino ha bisogno di un esercito per un giorno che lui sa verrà, anche se ignora il momento esatto. Combattono sapendo, forse, che il Ragnarök finirà in un modo che difficilmente premierà la loro preparazione. Combattono ugualmente.

C’è qualcosa di stranamente consolante in questo — non nel senso piacevole del termine, ma nel senso che certe forme di inevitabilità producono una loro qualità di chiarezza. Gli Einherjar vivono il giorno presente. Il futuro è già scritto, o almeno abbastanza da lasciare loro un solo compito: affrontare il combattimento del giorno ed essere pronti quando il momento arriverà.

Il Ragnarök aspetta. Loro si addestrano.

Il campo di Vígríðr si estende nell’alba grigia di Ásgarðr, e le armi si incrociano di nuovo, e i corpi cadono di nuovo, e la sera tornerà e li solleverà di nuovo. Fino a quando il segnale non arriverà — il corno di Heimdall, la voce che dice che il momento è giunto, che la guerra finale ha cominciato.

Quel giorno, per la prima volta, non si rialzeranno.

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