Gli Otto Immortali: otto vie verso la trascendenza nella mitologia taoista
C’è qualcosa di deliberatamente strano negli xian — gli immortali taoisti. Vivono lontano dalle immagini solenni delle divinità: li si incontra nelle taverne, sulle strade polverose, nei mercati rumorosi, sulle spalle di asini testardi. Uno ha una gamba sola e si appoggia a un bastone di ferro. Un altro è quasi sempre ubriaco. Un altro ancora veste in modo così androgino da sfuggire a ogni classificazione. Tra loro c’è anche una donna, in un gruppo che la tradizione ha costruito con la stessa naturalezza con cui il Tao supera le categorie create dagli esseri umani.
Gli Otto Immortali — i Bā Xiān — sono forse la risposta più elegante e più sovversiva che latradizione cinese abbia dato alla domanda su che cosa significhi trascendere la condizione umana. Più che eroi epici, divinità lontane o asceti isolati dal mondo, sono figure profondamente umane, riconoscibili e spesso persino comiche. Ed è proprio questa vicinanza a renderli così radicali: la via verso l’immortalità può assumere forme diverse, tante quante sono le vite umane.
Cosa intende il taoismo con “immortalità”
Prima di avvicinarsi agli Otto Immortali come figure narrative, vale la pena soffermarsi sul significato della parola xian, perché racchiude un’idea molto diversa dalla semplice vita eterna.
Nell’immaginario taoista, l’immortalità va oltre la sopravvivenza indefinita del corpo o l’idea di un’esistenza ultraterrena propria delle tradizioni abramitiche. È il risultato di una trasformazione progressiva dell’essere, un raffinamento così profondo che il confine tra il sé e il flusso del Tao comincia a dissolversi. Come l’acqua che segue spontaneamente il percorso di minore resistenza senza perdere la propria natura, lo xian attraversa il mondo con una naturalezza che nasce dall’armonia, più che dal controllo.
Il qi — l’energia vitale che pervade ogni cosa, circola nei corpi, nei paesaggi e nel cosmo — costituisce il fondamento di questa trasformazione. Le pratiche taoiste legate all’immortalità, dall’alchimia interna alla meditazione, dal controllo del respiro alle discipline del nutrimento e della coltivazione interiore, perseguono tutte lo stesso obiettivo: favorire la libera circolazione del qi, ristabilire l’accordo con il ritmo naturale delle cose e rendere l’essere umano progressivamente più leggero, più libero e più vicino al Tao.
Lo xian non conquista l’immortalità come una vittoria sulla morte. La tradizione lo descrive piuttosto come un essere che, trasformandosi fino ad accordarsi pienamente con il Tao, oltrepassa il ciclo ordinario della nascita e della morte.

Otto storie, un’unica domanda
Quello che rende gli Otto Immortali così particolari nel panorama della mitologia taoista è precisamente la loro diversità. Più che otto varianti dello stesso archetipo, sono otto risposte diverse alla stessa domanda, provenienti da esistenze difficilmente più lontane l’una dall’altra.
Zhongli Quan è il più antico del gruppo nelle rappresentazioni classiche: un generale, si dice, che dopo una sconfitta si ritirò sulle montagne e trovò nella solitudine il cammino della trasformazione. Porta con sé un ventaglio: nelle sue storie può usarlo per resuscitare i morti o trasformare le pietre in oro. Ma la funzione del ventaglio è soprattutto quella di muovere l’aria, di rimettere in circolazione ciò che si è fermato. È il maestro dell’alchimia nel suo senso più ampio: sa che ogni forma può trasformarsi in un’altra, che nulla rimane immutabile.
Lü Dongbin è la figura più celebre del gruppo — e probabilmente la più umana. Studioso, spadaccino, alchimista, bevitore occasionale. Le storie su di lui sono le più numerose e le più contraddittorie: è saggio e impulsivo, sereno e appassionato. Si dice che abbia trascorso secoli a girare il mondo in incognito, aiutando chi ne aveva bisogno e mettendo alla prova chi si credeva già illuminato. La sua spada recide i nodi dell’ignoranza e dell’attaccamento. È il patrono degli alchimisti, dei poeti e dei cercatori della Via — e forse per questo è rimasto la figura più viva e più venerata del gruppo nella tradizione popolare.
Zhang Guolao è il più enigmatico. Vecchio, quasi sempre, con un asino bianco che nelle storie sa camminare all’indietro e che l’immortale, quando gli serve, piega come un pezzo di carta e mette in tasca. Porta con sé un tamburo di bambù. È eccentrico al limite dell’incomprensibile, e questa incomprensibilità è esattamente il punto: il Tao sfugge alle categorie ordinarie, e Zhang Guolao ne è la personificazione.
Han Xiangzi, nipote del celebre poeta e funzionario confuciano Han Yu, suona il flauto. Si dice che la sua musica faccia fiorire i fiori nell’istante, che calmi gli animali selvatici e che cambi il tempo. È la figura del musicista cosmico, colui che conosce la frequenza profonda delle cose e sa accordarsi a essa. Il conflitto con lo zio confuciano è parte della sua leggenda: da un lato la via dell’ordine sociale e della dottrina, dall’altro quella dell’accordo diretto con la natura. Han Xiangzi scelse il flauto.
Cao Guojiu viene dalla corte imperiale: secondo la tradizione più diffusa, era il cognato di un imperatore della dinastia Song. Pur nato nella nobiltà, vide con chiarezza la corruzione che lo circondava: si ritirò, abbandonò i titoli e cercò la montagna. Porta con sé le tavolette di giada, simbolo dell’autorità imperiale, ma anche di ciò a cui rinunciò. È il nobile che comprese quanto fosse fragile il potere terreno agli occhi di chi sa guardare oltre.
He Xiangu è l’unica donna del gruppo, e la sua storia porta con sé la stessa qualità delle leggende dedicate alle recluse taoiste: la scelta di una vita ai margini come atto di libertà. Si narra che mangiasse polvere di madreperla e fiori di loto per rendersi più leggera, e che a un certo punto il suo corpo si fosse liberato dal bisogno del cibo ordinario. Il loto che porta con sé — capace di emergere dal fango conservando intatta la propria purezza — è uno dei simboli più ricchi della tradizione cinese: una purezza che vive nel mondo, pur rimanendo intatta.
Lan Caihe è la figura più difficile da collocare, e probabilmente lo è deliberatamente. La tradizione lo presenta ora come uomo, ora come donna; ora giovane, ora anziano; ora folle, ora illuminato. Veste con abiti inadeguati alla stagione, canta per le strade filastrocche che sembrano insensate e contengono invece insegnamenti taoisti, porta un cesto di fiori. È il folle sacro, la figura la cui apparente follia nasce da una comprensione che sfugge a ogni categoria ordinaria.
Li Tieguai — Li dalla Stampella di Ferro — è forse la vicenda più drammatica del gruppo. Originariamente possedeva un altro corpo e lo lasciò per raggiungere il cielo in spirito, raccomandando al suo discepolo di bruciarlo qualora non fosse tornato entro sette giorni. Il discepolo dovette partire prima del previsto per assistere la madre morente e bruciò il corpo troppo presto. Quando Li tornò, trovò soltanto le ceneri. In tutta fretta entrò allora nel primo corpo disponibile: quello di un mendicante appena morto, zoppo, sfigurato e con una gamba malata. Decise di conservarlo. Porta con sé una zucca da pellegrino da cui escono medicine e spiriti curativi: è il guaritore che conosce la sofferenza del corpo perché l’ha vissuta e che aiuta gli altri dalla vicinanza dell’esperienza e della fragilità condivisa.

Ciò che portano con sé
Gli oggetti degli Otto Immortali — il ventaglio, la spada, il flauto, la zucca da pellegrino, il loto, il cesto di fiori, le tavolette di giada, il tamburo e l’asino — hanno una funzione che va oltre l’identificazione iconografica. Nella tradizione popolare cinese, questi oggetti, considerati nel loro insieme, sono chiamati Àn Bā Xiān (暗八仙), gli “Otto Immortali nascosti”, e vengono utilizzati come motivi decorativi di buon auspicio anche quando i loro proprietari non sono raffigurati.
Ma ogni oggetto, nella sua storia specifica, è un condensato simbolico di ciò che il suo portatore incarna. Il ventaglio di Zhongli Quan muove l’aria immobile e rimette in circolazione il qi dove si è arrestato. La spada di Lü Dongbin recide i legami dell’ignoranza e dell’attaccamento. Il flauto di Han Xiangzi traduce la struttura invisibile del cosmo in qualcosa che può essere ascoltato. La zucca da pellegrino di Li Tieguai custodisce medicine e spiriti curativi, simbolo di una guarigione che nasce dall’interno. Il loto di He Xiangu ricorda che la purezza può fiorire anche nel cuore del mondo.
Sono strumenti, più che ornamenti. E, come tutti gli strumenti, raccontano qualcosa di chi li usa e del modo in cui interpreta il proprio cammino.
Gli Otto Immortali e i loro simboli
Ogni immortale porta con sé un oggetto che non è un semplice attributo iconografico, ma una piccola chiave per leggere la sua via verso il Tao.
| Immortale | Oggetto simbolico | Significato |
|---|---|---|
| Lü Dongbin | Spada | Tagliare l’ignoranza e recidere gli attaccamenti. |
| Li Tieguai | Calabash | Guarigione, compassione e accettazione dell’imperfezione. |
| He Xiangu | Fiore di loto | Purezza spirituale che nasce senza fuggire dal mondo. |
| Han Xiangzi | Flauto | Armonia cosmica, musica e accordo con la natura. |
| Zhongli Quan | Ventaglio | Trasformazione, alchimia e movimento del qi. |
| Zhang Guolao | Tamburo e asino magico | Saggezza eccentrica e rifiuto delle categorie ordinarie. |
| Cao Guojiu | Tavolette di giada | Rinuncia al potere terreno e ricerca della purificazione. |
| Lan Caihe | Cesto di fiori | Libertà, impermanenza e sapienza fuori dagli schemi. |
Il traversare il mare
La storia più celebre degli Otto Immortali li vede insieme in una delle rare occasioni in cui agiscono come gruppo: devono attraversare il mare per raggiungere le isole degli immortali. Ognuno usa il proprio oggetto come mezzo di trasporto: chi cavalca il flauto, chi il ventaglio, chi la zucca da pellegrino trasformata in zattera.
Questa scena è stata dipinta, scolpita e ricamata per secoli, fino a diventare proverbiale. L’espressione cinese Bā xiān guò hǎi, gè xiǎn shéntōng (八仙过海,各显神通) significa letteralmente “Gli Otto Immortali attraversano il mare, ognuno mostrando i propri poteri”, ed è usata per indicare che ciascuno affronta una stessa sfida facendo affidamento sulle proprie capacità. La formula racchiude una delle intuizioni più profonde del taoismo: il Tao è uno, ma i percorsi attraverso cui gli esseri umani si accordano a esso sono molteplici. Ogni persona trova la propria via. Il monaco e il bevitore, la donna ritirata e il nobile che abbandona la corte: tutti possono raggiungere la trasformazione.
Il mare che attraversano è molto più di uno spazio d’acqua. Rappresenta l’insieme degli ostacoli, interiori ed esteriori, che separano l’esistenza ordinaria da quella trasformata. Il fatto che ciascun immortale lo attraversi con il proprio strumento costituisce il cuore stesso del racconto: la Via è comune, ma ogni cammino conserva la propria forma.
Nella cultura cinese tradizionale, anche la fortuna viene spesso immaginata in questo modo: non come dono arbitrario, ma come conseguenza di un accordo corretto con il flusso delle cose.
Le montagne, l’alchimia e la via del ritiro
Gli Otto Immortali vivono ai margini del mondo ordinario — sulle montagne sacre, nelle caverne, nelle isole remote. Questa geografia non è accidentale. Le montagne nella cosmologia cinese sono assi del mondo — luoghi in cui il cielo e la terra si avvicinano, in cui il qi si addensa, in cui la distanza tra il visibile e l’invisibile si misura in pochi passi.
Il ritiro sulle montagne rappresenta un avvicinamento alla struttura più profonda della vita. I maestri taoisti che, secondo la tradizione, guidano gli immortali e trasmettono i segreti dell’alchimia, della respirazione e della coltivazione del qi abitano proprio questi luoghi di confine. Lü Dongbin riceve gli insegnamenti di Zhongli Quan in una capanna di montagna. Zhang Guolao è legato al monte Zhongtiao. Di Li Tieguai alcune tradizioni raccontano che ricevette gli insegnamenti da Laozi nelle caverne più remote.
L’alchimia taoista si sviluppa in due grandi tradizioni: quella esterna (waidan), che ricerca gli elisir di immortalità attraverso sostanze e minerali, e quella interna (neidan), che utilizza lo stesso linguaggio alchemico per descrivere la trasformazione dell’essere umano. Il cinabro che nell’alchimia esterna diventa oro si trasforma, nell’alchimia interna, nel processo di raffinamento del qi: la trasmutazione dell’energia più densa in una forma sempre più sottile e vicina al Tao.
Gli Otto Immortali vengono associati a entrambe queste tradizioni, ed è anche questo a renderli così affascinanti. Riuniscono la pratica e la riflessione, il gesto concreto e il significato simbolico, mostrando come la trasformazione interiore possa esprimersi attraverso molte vie diverse.

Nell’arte, nel teatro, nel mondo che cambia
Gli Otto Immortali non sono rimasti confinati ai testi sacri o alle dottrine dei monasteri. Sono entrati nella cultura popolare con un’energia che ha attraversato i secoli senza esaurirsi.
Nelle opere del teatro tradizionale cinese — dall’opera alle rappresentazioni rituali durante le festività — compaiono come personaggi ricorrenti, portatori di buon auspicio e intermediari tra il mondo degli esseri umani e quello degli xian. Nelle ceramiche delle dinastie Ming e Qing, le loro immagini decorano vasi e pannelli destinati non solo ai templi, ma anche alle case, ai mercanti e alle famiglie che desideravano circondarsi di un frammento di quella leggerezza. I loro “Otto Immortali nascosti” (Àn Bā Xiān) continuano a essere motivi decorativi diffusi nelle arti applicate cinesi e facilmente riconoscibili ancora oggi.
Nel folklore, Lü Dongbin è diventato una presenza quasi trickster: si racconta che continui a viaggiare sotto mentite spoglie, mettendo alla prova la generosità degli osti e la saggezza degli studiosi, apparendo dove meno lo si aspetta. È una leggenda che continua a vivere nel presente e ad arricchirsi di nuovi racconti.
Nei media contemporanei — film, serie televisive, fumetti e videogiochi — gli Otto Immortali vengono reinterpretati con livelli diversi di fedeltà alle fonti e una notevole libertà creativa. Il loro fascino nasce soprattutto dall’idea che incarnano: la trasformazione è aperta a chiunque percorra la propria Via. Ogni esistenza può trovare il proprio cammino verso la saggezza. Così il vecchio zoppo con la zucca da pellegrino e il nobile che ha lasciato la corte possono ritrovarsi sullo stesso mare e approdare alla stessa riva.
Alla soglia
Da qualche parte, tra le nebbie che salgono lungo i picchi delle montagne sacre, un vecchio suona un flauto che nessuno ode e che fa fiorire qualcosa nelle cose vicine. Uno xian zoppo cammina più veloce di chiunque altro, la sua zucca da pellegrino oscilla al fianco come se il peso avesse cessato di esistere. Una donna che per anni si è nutrita di polvere di madreperla cammina con una leggerezza tale che i suoi piedi sfiorano appena la terra.
Non appartengono al passato: appartengono al possibile. Il taoismo ha sempre insegnato che la trascendenza è una possibilità aperta a ogni essere umano. Può manifestarsi nel mendicante e nel nobile, nel musicista e nel soldato sconfitto, nella donna che sceglie il ritiro e nel folle che canta per le strade. Ciò che conta non è l’identità o la posizione sociale, ma l’accordo con qualcosa di più grande, la capacità di smettere di opporre resistenza al flusso del Tao.
Gli Otto Immortali sono otto testimonianze di questa possibilità. Otto storie diverse che finiscono — o forse continuano senza fine — nello stesso luogo: quella riva dove il qi scorre senza ostacoli, dove il tempo si misura in trasformazioni e dove il Tao continua a fare ciò che ha sempre fatto, con o senza testimoni.
