Inanna nella mitologia sumera: la dea che discese negli inferi
Le porte erano sette.
Inanna si avvicinò alla prima senza fermarsi, con quella qualità di determinazione delle cose che si sono decise molto prima del momento in cui si compiono. Aveva lasciato alle spalle il cielo — non metaforicamente, ma nel senso letterale della cosmologia sumera: aveva abbandonato le sue residenze celesti, il tempio di Uruk, le vesti e i gioielli e gli ornamenti del potere. Li aveva portati con sé, indosso, perché c’era un protocollo per quello che stava per fare, e il protocollo richiedeva che arrivasse come arrivano i sovrani — vestita di tutto ciò che è.
Il custode della prima porta la fermò. Chiese perché fosse lì.
La risposta di Inanna non fu umile. Non disse che scendeva in visita, non disse che veniva in pace, non disse che aveva bisogno di qualcosa. Disse che era Inanna, e che voleva passare.
Il custode la fece entrare. Ma tolse dalla sua testa la grande corona.
Alla seconda porta tolse gli orecchini. Alla terza, la collana di pietre preziose. Alla quarta, le spille sul petto. Alla quinta, il cinturone ornato. Alla sesta, i braccialetti alle braccia e alle gambe. Alla settima, il vestito regale.
Inanna entrò nel regno di Ereshkigal nuda, senza ornamenti, senza insegne del potere. Non più la signora del cielo, della terra, della guerra, dell’amore, del grano, della pioggia nella mitologia sumera. Solo lei — qualunque cosa rimanesse quando tutto il resto veniva tolto.
Ereshkigal la guardò. E la fece morire.
Chi era Inanna
Prima della discesa, prima della trasformazione, Inanna era forse la figura più complessa del pantheon sumero — e il pantheon sumero non era povero di figure complesse.
Era la dea di Uruk, una delle prime grandi città della storia umana — costruita sulla piana alluvionale tra il Tigri e l’Eufrate, circondata da mura che erano un evento cosmologico oltre che architettonico, abitata da decine di migliaia di persone in un’epoca in cui questa densità umana era ancora quasi incomprensibile. Uruk era la civiltà resa pietra e mattone cotto, e Inanna era la sua divinità principale — il suo centro, la sua legittimazione, la sua forza.
Era la dea di Venere — la stella del mattino e della sera, quella che appare prima dell’alba e scompare dopo il tramonto, quella che i Sumeri avevano osservato abbastanza a lungo da capire che la stella del mattino e quella della sera erano la stessa cosa. Questo ciclo di sparizione e riapparizione — il pianeta che scende sotto l’orizzonte e poi torna — era connesso nella cosmologia sumera alla discesa e al ritorno di Inanna. Non come simbolo dopo il mito: come struttura cosmica che il mito stava descrivendo.
Era la dea della sessualità sacra — non nel senso pudico e allegorico che le tradizioni successive hanno preferito attribuire alla “fertilità” delle dee antiche, ma nel senso esplicito e rituale di un potere erotico che era considerato cosmologicamente necessario, politicamente legittimante, religiosamente centrale. I testi sumeri che descrivono Inanna non si scusano per questa dimensione. La descrivono con la qualità di chi parla di qualcosa di fondamentale.
Era la dea della guerra. Questo è il dettaglio che l’immaginario moderno fatica di più ad integrare — la dea che porta abbondanza e vita è la stessa dea che porta distruzione e morte. Non come contraddizione da risolvere, ma come struttura unitaria. La potenza che fa crescere il grano e la potenza che guida l’esercito erano, per i Sumeri, la stessa potenza vista da angolature diverse.
Era la signora dei me — i principi divini che governavano ogni aspetto della civiltà. In un mito, Inanna ottiene i me dal dio Enki ubriaco di birra e li porta a Uruk — il potere reale, la capacità di governare, le arti della scrittura e della musica, le tecniche dei mestieri, le pratiche della guerra e dell’amministrazione. Non rubare il potere nel senso del tradimento: prendersi ciò che appartiene alla propria città e alla propria funzione.
Tutto questo è Inanna prima della discesa. E niente di tutto questo torna dalla discesa nella stessa forma in cui era partito.
Sopra le grandi divinità cittadine rimaneva il dio del cielo Anu, la presenza celeste da cui derivava l’ordine del cosmo.

Il potere attraverso la contraddizione
Prima di scendere negli inferi, bisogna capire cosa rende Inanna diversa da quasi tutte le divinità femminili delle tradizioni successive.
La storia religiosa del Mediterraneo e del Vicino Oriente — soprattutto nelle tradizioni che emersero con forza nel primo millennio a.C. e oltre — tende a separare le divinità femminili in categorie distinte: la vergine o la madre, la protettrice o la seduttrice, la dea della vita o la dea della morte. Questa separazione riflette esigenze di coerenza morale che le tradizioni politeiste più antiche non sentivano nello stesso modo.
Inanna non è separata. È simultaneamente tutto quello che le tradizioni successive hanno separato. È vergine e madre nella stessa poesia — non per contraddizione irrisolta, ma perché queste condizioni non erano per i Sumeri mutuamente escludenti nel modo in cui lo sarebbero diventate nelle cosmologie successive. È il desiderio che porta vita e la violenza che porta morte. È la pioggia che fa crescere i campi e la siccità che li brucia. È il cielo stellato e il fango del delta fluviale.
Questa complessità non era una debolezza teologica — era una comprensione precisa di come le forze cosmologiche funzionano realmente. Nessuna forza che conta fa solo una cosa. Nessuna forza che governa la vita e la morte e la sessualità e la guerra e l’abbondanza può essere ridotta a un’unica funzione senza perdere quasi tutto ciò che la rende significativa.
I templi di Inanna a Uruk — alcune delle strutture più antiche che l’umanità abbia mai costruito, risalenti al IV millennio a.C. — erano luoghi in cui questa complessità veniva ritualizzata, non risolta. Il sacerdozio di Inanna includeva figure di genere ambiguo — i gala, i kurgarru — che incarnavano attraverso la propria persona la fluidità che Inanna portava nel cosmo. Il tempio non era un posto di chiarezza morale. Era un posto di potenza cosmologica, e la potenza cosmologica non ha l’obbligo di essere confortante.
La discesa: sette soglie, sette perdite
La narrativa della discesa di Inanna agli inferi — il mito conservato su tavolette di argilla che risalgono al III millennio a.C., uno dei testi letterari più antichi che possiamo ancora leggere — non è una storia d’avventura nel senso che il termine ha assunto nelle tradizioni successive. È qualcosa di più simile a un rituale descritto dall’interno, una mappa di un processo di trasformazione che passa attraverso la perdita totale prima di arrivare al ritorno.
Inanna scende agli inferi per ragioni che i testi non spiegano del tutto. Alcune versioni dicono che vuole partecipare al funerale del marito di sua sorella Ereshkigal. Altre suggeriscono un desiderio di espandere il proprio potere nel dominio che ancora non governa. Ma forse la ragione più vera è quella implicita nella struttura stessa del mito: che Inanna è la forza che discende perché la discesa è parte di ciò che lei è, che la completezza del suo potere richiede che attraversi anche questo, che non c’è sovranità piena su ciò che esiste senza conoscere anche il punto in cui l’esistenza finisce.
Prima di partire, avvertì il suo fedele servitore Ninshubur: se non fosse tornata in tre giorni, avrebbe dovuto andare dal dio Enki a chiedere aiuto. Poi cominciò a scendere.
Ogni porta dei sette livelli degli inferi aveva un custode. Ogni custode chiedeva perché fosse lì. Ogni custode, su ordine di Ereshkigal, le toglieva qualcosa — un ornamento, un abito, un segno del potere. La grande corona che portava in testa era il suo potere celeste, il suo status di regina del cielo. Gli orecchini erano la sua relazione con la parola profetica. La collana di pietre era la sua connessione con i valori della vita. Le spille erano il suo potere sull’abbondanza. Il cinturone era la sua sessualità come forza cosmica. I braccialetti erano la sua capacità di azione nel mondo. Il vestito regale era la sua dignità di sovrana.
Nuda, senza niente, entrò davanti a Ereshkigal.
Non è accidentale che il processo della discesa sia descritto come sottrazione progressiva di ornamenti e vesti. Nella cultura sumera, le vesti reali non erano semplicemente abiti — erano la materializzazione del potere, il segno visibile dello stato. Togliere le vesti non era umiliazione nel senso moderno: era una rimozione letterale di tutto ciò che rendeva Inanna Inanna nel cosmo ordinato. Era la riduzione della dea a qualcosa che non aveva ancora nome.
L’Huluppu non rappresenta soltanto il luogo in cui si svolge uno dei racconti più celebri dedicati a Inanna. Nella tradizione mesopotamica appartiene a quel gruppo di alberi che assumono un significato religioso e cosmologico, un tema approfondito nell’articolo dedicato all’albero nella mitologia.

Ereshkigal: il volto che non si vuole vedere
Ereshkigal — “la grande signora della terra sotto” — non era il male. Questo è forse il dettaglio più importante dell’intera cosmologia sumera degli inferi.
Ereshkigal era la sorella di Inanna. Non nel senso allegato, non in quello psicologico — nella genealogia divina sumera, erano figlie delle stesse forze primordiali. Erano il cielo e la terra sotto il cielo, la luce e l’oscurità che non si escludono ma che non possono coesistere nello stesso posto nello stesso momento. Ereshkigal governava il regno dei morti non perché fosse crudele ma perché qualcuno doveva governarlo, e lei era fatta della sostanza adatta.
Il regno di Ereshkigal era il posto da cui non si torna — di solito. Era il dominio della morte definitiva, del corpo che si dissolve nella terra, del principio individuale che cessa di essere individuale e diventa parte del tutto indifferenziato. Non era un luogo di punizione nel senso delle tradizioni successive — era semplicemente il luogo verso cui ogni cosa viva si muoveva alla propria fine.
Quando Inanna entrò davanti a lei, Ereshkigal la fissò con lo sguardo della morte. Nella cosmologia sumera, c’era qualcosa nello sguardo degli esseri degli inferi che produceva la morte di chi lo incontrava in quel luogo — non un’arma, non una violenza nel senso fisico, ma una qualità dell’attenzione del non-essere che non permetteva all’essere di continuare. Ereshkigal pronunciò la sentenza contro Inanna. Il corpo di Inanna fu appeso a un uncino, come un pezzo di carne appeso a una gancio nella macelleria, e lì rimase.
La grande dea del cielo, della guerra, dell’amore e della fertilità era morta. Appesa nell’oscurità, senza ornamenti, senza potere, senza il movimento che era la sua qualità essenziale.
Il ritorno e il prezzo
Tre giorni passarono. Ninshubur andò da Enlil, dal dio della luna, dal dio Enki — come Inanna aveva istruito. Solo Enki aveva la conoscenza necessaria: creò due esseri piccoli e inabili, privi di qualità umane, e li mandò negli inferi con il cibo e l’acqua della vita. Gli esseri non avevano forma abbastanza definita da essere fermati dai custodi delle porte. Arrivarono da Ereshkigal, trovarono la dea che lamentava dolori del parto — un dettaglio che connette la morte e la generazione con la precisione delle cosmologie che non le separano — e fecero ciò che Enki aveva istruito: simpatizzarono con lei, le offrirono solidarietà nel dolore. Ereshkigal, commossa, offrì loro un dono. Loro scelsero il corpo di Inanna.
Il cibo e l’acqua della vita restituirono Inanna al movimento, alla coscienza, alla vita.
Ma c’era un problema. Nessuno lascia gli inferi senza lasciare qualcuno al suo posto — questa era la legge del regno di Ereshkigal, una legge più vecchia degli dèi stessi. I demoni degli inferi accompagnarono Inanna alla superficie, aspettando di prendere chiunque lei avesse nominato come sostituto.
Inanna risalì le sette porte, e a ognuna le vennero restituiti gli ornamenti tolti alla discesa. La grande corona, gli orecchini, la collana, le spille, il cinturone, i braccialetti, il vestito regale — tornarono su di lei uno per uno, come tornano i propri attributi quando si riemerge da qualcosa che si è attraversato.
Ma quando tornò a Uruk e trovò il suo sposo Dumuzi sul trono reale — non in lutto per lei, non in cerca di lei, ma seduto in posizione di potere con gli abiti regali — qualcosa si stabilì. I demoni presero Dumuzi. Inanna non li fermò.
Il prezzo del ritorno era reale. Non simbolico — reale. Qualcuno restò negli inferi al posto di Inanna. E quella persona fu colui che aveva il suo potere mentre lei era assente, che non aveva cercato di salvarla, che aveva occupato il posto che avrebbe dovuto essere in lutto invece di in gloria.
Il ciclo e la stella
L’associazione tra Inanna e il pianeta Venere — la stella del mattino e della sera — non era una metafora apposta al mito in un secondo momento. Era la struttura stessa della comprensione sumera di questo ciclo cosmico.
Venere scompare dall’orizzonte per un periodo, poi riappare. La tradizione astronomica sumera aveva osservato questa scomparsa e questo ritorno con sufficiente precisione da sapere che erano regolari, che avvenivano secondo un ritmo prevedibile, che la stella che spariva e quella che tornava erano la stessa. Questa ciclicità — la sparizione e il ritorno — era la stessa struttura del mito della discesa.
Inanna scende. Il pianeta sparisce. La fertilità si interrompe — nelle versioni più elaborate del mito, mentre Inanna è morta negli inferi la vita sulla terra smette di riprodursi, gli animali non si accoppiano, i campi non producono. Poi Inanna torna, e la vita riprende. Il pianeta riappare, e il ciclo continua.
Questa connessione tra la cosmologia astronomica e il mito religioso non era decorativa. Era una comprensione che il ritmo della vita biologica e quello dei corpi celesti seguivano la stessa struttura — che la discesa e il ritorno erano un pattern cosmico, non un evento eccezionale. Inanna non scendeva una volta sola: scendeva ogni volta che Venere spariva. Tornava ogni volta che riappariva.
Il mito era il modo in cui il ciclo cosmico veniva capito, ritualizzato, incorporato nel senso che la cultura aveva di come funzionava il mondo.

La continuità: da Inanna a Ishtar
Con l’ascesa dell’Impero Accadico e poi di quello Babilonese, Inanna si trasformò in Ishtar — o meglio, Ishtar assorbì Inanna con quella fluidità con cui le civiltà mesopotamiche trattavano il materiale religioso delle culture che assorbivano. La discesa agli inferi divenne la discesa di Ishtar, con variazioni che riflettevano l’enfasi culturale diversa della cosmologia accadica.
Il nome cambiò, alcune sfumature cambiarono, ma la struttura essenziale rimase: la grande dea che discende volontariamente nel regno della morte, che perde tutto ciò che è nel processo, che muore, che viene salvata attraverso la mediazione tra le forze cosmiche, che torna cambiata, e il cui ritorno permette alla vita di continuare.
Le risonanze di questo ciclo si estesero oltre Mesopotamia. Le connessioni tra Inanna/Ishtar e figure successive — Astarte, Afrodite, Venere nel senso romano — sono oggetto di studio e di dibattito, e non si tratta di linee dirette semplici ma di influenze distribuite attraverso secoli di contatto culturale. Quello che è certo è che il mito della discesa di una grande dea agli inferi e del suo ritorno è presente in culture diverse con strutture abbastanza simili da suggerire una matrice comune o influenze molto profonde.
La dea che il cosmo non può fare a meno di perdere
L’intera narrazione della discesa di Inanna porta con sé una struttura cosmologica che dice qualcosa di fondamentale: che la fertilità, la vita, l’abbondanza — tutto ciò che Inanna porta con sé — non è uno stato permanente. Richiede il ciclo. Richiede la perdita e il ritorno. Richiede che la forza che porta la vita scenda abbastanza in profondità da conoscere anche la morte, per tornare con qualcosa che la sola vita non aveva.
Inanna discende come sovrana piena. Torna come qualcosa di diverso — ancora Inanna, ancora la grande dea, ma con una dimensione che la discesa ha aggiunto: la conoscenza di ciò che sta sotto, la familiarità con Ereshkigal, la capacità di muoversi tra il piano della vita e quello della morte che solo chi ha attraversato entrambi può avere.
Questa struttura — il potere pieno che richiede l’attraversamento della perdita totale, la sovranità che non è completa finché non include anche la conoscenza della propria vulnerabilità — è forse la cosa più profonda che la mitologia sumera abbia lasciato alla tradizione culturale successiva.
La forza che non conosce la propria fragilità non è forza completa. Il potere che non è passato attraverso la propria morte non sa tutto ciò che può fare. Inanna ritorna dagli inferi non nonostante la morte che ha subito, ma grazie ad essa — più intera, più complessa, più capace di contenere la contraddizione che è sempre stata la sua natura fondamentale.
Le porte che non si chiudono più
Da qualche parte nel cuore dell’antica Mesopotamia, nelle piane alluvionali dove il Tigri e l’Eufrate si avvicinano prima di dividersi verso il mare, le tavolette di argilla con questa storia erano conservate in templi dedicati a una dea il cui nome era anche il nome del pianeta più brillante del cielo.
La stella del mattino sorge ancora prima dell’alba. Scompare ancora nel ciclo che aveva fatto dire ai Sumeri che la loro dea scendeva nel regno della morte. Torna ancora, con quella regolarità che i sacerdoti astronomi di Uruk avevano imparato a prevedere con precisione abbastanza da farne la struttura di un mito.
Inanna non è una dea di comfort. Non porta la certezza che le cose andranno bene, non promette protezione da ciò che fa paura, non offre la risoluzione delle contraddizioni dell’esistenza. Porta qualcosa di più difficile da accettare: la dimostrazione che le forze più necessarie della vita discendono volontariamente nella morte, perdono tutto, e tornano cambiate.
Non il lieto fine. La trasformazione.
Non la vittoria sul buio. La conoscenza del buio come parte di ciò che si è.
Le sette porte si aprirono davanti a lei. Si chiusero dietro di lei. E quando si riaprirono al ritorno, il cosmo che Inanna trovava era lo stesso cosmo che aveva lasciato — ma lei era diversa, e quella differenza cambiava tutto.
Venere sorge nel cielo prima del sole. Il ciclo continua.
