Morgana la signora di Avalon

Morgana: la signora di Avalon che il mito non ha mai del tutto domato

Dopo la battaglia di Camlann, quando le acque si fecero piatte e la nebbia tornò a coprire la riva, fu Morgana a ricevere il re.

Non c’è nulla di teatrale in questo momento, nelle versioni più antiche della tradizione. Niente incantesimi pronunciati ad alta voce, niente trasformazioni spettacolari. Una barca sull’acqua, una donna che aspetta, un re ferito che viene portato a bordo. Il gesto sembra appartenere a qualcosa di molto più antico della battaglia appena finita — non come destino imposto dall’esterno, ma come conseguenza naturale di ciò che Morgana era fin dall’inizio: la custode di un luogo a cui certi re, certe storie, certi momenti devono arrivare quando il mondo ordinario non ha più niente da offrire loro.

È questa Morgana che la tradizione più antica ci ha consegnato, e che le riscritture successive hanno faticato a tenere in piedi. Troppo ambigua per essere una villain, troppo potente per essere una semplice alleata, troppo legata all’Altrove per essere classificata con le categorie che il Medioevo cristiano aveva a disposizione per le donne con potere.

Le prime apparizioni: Avalon prima di Camelot

Il nome Morgan le Fay — Morgan la Fata — appare nelle fonti medievali in modo relativamente tardo rispetto alle prime elaborazioni del ciclo arturiano. Ma quando appare, arriva già carica di qualcosa che precede la narrativa in cui viene inserita.

Goffredo di Monmouth, nel Vita Merlini (circa 1150), descrive Morgana con una chiarezza che le versioni successive avrebbero sistematicamente complicato in direzione più oscura. La chiama la prima tra le nove sorelle che governano l’Isola dei Meli — quella che Goffredo chiama Insula Pomorum, la stessa isola che altrove viene identificata con Avalon. La descrive come la più abile nelle arti della guarigione, capace di trattare ferite che il mondo ordinario non sa curare. Le attribuisce la capacità di volare e di cambiare forma. E la pone alla guida delle nove custodi che accolgono Artù dopo Camlann.

Questo è il punto di partenza: non una strega, non un’antagonista, ma la reggente di un luogo sacro, la più competente tra un gruppo di donne che possiedono saperi che gli uomini non hanno. La sua posizione rispetto ad Artù, in questa versione, è quella di una figura capace di fare per lui ciò che nessun medico del mondo umano potrebbe — non per magia nel senso triviale del termine, ma per una conoscenza che appartiene a un ordine diverso da quello ordinario.

È una figura che la mitologia celtica riconosce immediatamente: la donna dell’Altrove, custode di saperi che il mondo visibile non possiede, capace di attraversare i confini tra i mondi con una facilità che gli esseri umani non hanno. Non è umana nel senso ordinario, o non è solo umana — appartiene a qualcosa di più antico e di meno classificabile.

rituale di morgana

Morgana e Avalon: la casa prima della storia

Per capire Morgana bisogna capire che il suo luogo naturale non è Camelot. È Avalon.

Nelle versioni più antiche, Morgana non è la sorellastra di Artù che frequenta la corte e complotta contro il re. È la reggente di un’isola che esiste fuori dal tempo ordinario, che risponde a leggi diverse da quelle del mondo dei vivi, che può fare cose che il mondo dei vivi non sa fare. Il suo potere non viene dall’aver imparato magia da qualcuno: viene dall’essere ciò che è, dall’abitare dove abita.

Avalon è un luogo di soglia — non paradiso, non inferno, non semplicemente un’altra isola geograficamente distante. È il tipo di luogo che la mitologia celtica conosce come Altro Mondo: adiacente al mondo umano, accessibile in certi momenti e certi luoghi, governato da forze che non rispondono alle categorie ordinarie. I Tuatha Dé Danann si ritirarono nell’interno delle colline dopo la loro sconfitta. Morgana e le sue sorelle governano un’isola oltre il mare occidentale. La struttura è la stessa: un potere antico che non è scomparso ma si è spostato fuori dalla visibilità ordinaria.

Le nove sorelle di Avalon sono un collettivo — e questo è importante. Non è una donna sola con poteri eccezionali in un mondo di uomini. È parte di una comunità femminile che custodisce conoscenze che il mondo maschile — prima celtico, poi medievale cristiano — non ha. Questa struttura collettiva è caratteristica delle figure femminili dell’Altrove nella tradizione insulare: le donne dell’Altro Mondo irlandese appaiono spesso in gruppo, possiedono saperi condivisi, presidiano luoghi specifici non come individui isolati ma come comunità.

Quando il ciclo arturiano si sviluppa nelle forme medievali francesi — con Chrétien de Troyes e poi con le prose dei cicli vulgata — Morgana viene estratta da questo contesto collettivo e insulare e inserita nel mondo di Camelot. Diventa sorellastra di Artù, sposa di un re, frequentatrice della corte. Questo spostamento — da Avalon a Camelot, dall’Altrove al centro del mondo arturiano — è il momento in cui la sua figura comincia a trasformarsi.

La trasformazione: dalla guaritrice alla strega

Il processo attraverso cui Morgana passa da custode di Avalon ad antagonista del ciclo arturiano non è un cambiamento improvviso. È un’erosione lenta, compiuta nel corso di decenni di riscritture, ciascuna delle quali aggiunge un elemento negativo o rimuove un elemento ambiguo.

Il problema di fondo era strutturale. Il Medioevo cristiano aveva un quadro di riferimento per le donne con potere soprannaturale — e quel quadro non includeva la figura della custode sacra di un luogo dell’Altrove. Includeva la strega, la serva del diavolo, la seduttrice. Una donna che conosce la guarigione al di fuori della struttura ecclesiastica è una guaritrice non autorizzata — potenzialmente pericolosa. Una donna che cambia forma è sospetta per definizione. E una donna che detiene autorità su un luogo sacro senza che quella autorità venga da Dio o da un re è qualcosa che il sistema non sa come classificare se non come minaccia.

La trasformazione di Morgana riflette anche la trasformazione del ciclo arturiano stesso. Nelle prime versioni gallesi e bretoni, il confine tra il mondo umano e l’Altrove era più fluido — gli eroi lo attraversavano regolarmente, le figure dell’Altrove interagivano con quelli del mondo ordinario senza che questo richiedesse necessariamente un’interpretazione morale. Nelle versioni continentali medievali, questo confine si irrigidisce. L’Altrove diventa sospetto. Chi lo abita o lo frequenta porta con sé qualcosa di moralmente ambiguo per il semplice fatto di essere lì.

Morgana perde gradualmente la sua connessione con Avalon e la guarigione, e acquista invece una collezione crescente di atti ostili verso Artù: ruba Excalibur e la consegna a un nemico, trama contro il re, cerca di distruggere ciò che lui ha costruito. In alcune versioni, è lei la responsabile della morte di Artù — anche se questa versione contraddice quella in cui è lei stessa a portarlo ad Avalon per la guarigione.

Questa contraddizione — Morgana come causa della morte di Artù e Morgana come custode della sua guarigione — non è un errore della tradizione. È la traccia del processo di trasformazione: la figura originale, troppo complessa per essere eliminata del tutto, rimane visibile sotto gli strati delle riscritture successive.

Morgana e le figure femminili

Morgana e Merlino: due conoscenze al confine del mondo

Il rapporto tra Morgana e Merlino nelle versioni medievali è descritto come quello tra maestro e allieva — Merlino le insegna le sue arti, lei le impara e poi le usa contro di lui o contro il re.

Ma questa versione porta in sé qualcosa di narrativamente instabile. Se Morgana era originariamente la reggente di Avalon, capace di guarire ciò che il mondo ordinario non sa guarire, non ha nessun bisogno di imparare magia da Merlino. Il suo potere precede il suo incontro con lui. La narrativa dell’apprendimento — Morgana come allieva che supera il maestro — è una costruzione successiva che serve a spiegare il suo potere all’interno di un quadro in cui il potere soprannaturale femminile deve avere un’origine identificabile e maschile per essere plausibile.

Ciò che resta interessante nel loro rapporto, anche nelle versioni più tarde, è la qualità simmetrica delle loro posizioni. Morgana e Merlino appartengono entrambi ai margini del mondo ordinario: figure che attraversano il confine tra il regno umano e qualcosa di più antico e difficile da nominare. Possiedono un sapere che non deriva dall’autorità politica o religiosa, ma da un rapporto diretto con ciò che esiste oltre la normalità del mondo. E alla fine, ciascuno di loro viene sottratto al tempo comune: Merlino nella sua grotta di cristallo, Morgana nell’isola di Avalon.

La differenza è di genere — e il genere, nel Medioevo cristiano, fa una differenza enorme. Il potere di Merlino viene tematizzato come saggezza, profezia, conoscenza al servizio del bene. Quello di Morgana viene tematizzato sempre più come magia, inganno, potere al servizio di scopi oscuri. La stessa qualità liminale, lo stesso tipo di sapere che trascende il mondo ordinario, vengono letti in modo radicalmente diverso a seconda di chi li possiede.

Morgana e le figure femminili della tradizione celtica

Non si deve dire che Morgana e la Morrigan irlandese siano la stessa figura. Sono personaggi di tradizioni diverse, sviluppatesi in contesti diversi, con funzioni narrative differenti.

Ma le risonanze tra loro sono reali e vale la pena esplorarle — non come prova di un’identità condivisa, ma come indizio di qualcosa che le due tradizioni, insulare irlandese e bretone-arturiana, custodiscono in forme parallele.

La Morrigan è dea della guerra, della profezia e del destino — una forza che appare quando il confine tra la vita e la morte si fa attraversabile, che sa già chi morirà prima che la battaglia cominci, che non salva né condanna ma testimonia e, talvolta, partecipa. È una figura di soglia, come Morgana. Abita i confini, come Morgana. Non è classificabile come buona o cattiva, come Morgana.

Entrambe appartengono a quella categoria di figure femminili che la mitologia celtica conosce bene — donne che presidiano i confini tra i mondi, che possiedono saperi che il mondo ordinario non ha, che appaiono nei momenti in cui qualcosa di fondamentale sta cambiando. Le donne del Sídhe che abitano le colline cave dell’Irlanda. Le dame dell’Altrove che guidano i navigatori degli immrama verso isole paradisiache. Le figure femminili che portano rami di melo fioriti come segnali che l’Altro Mondo si sta avvicinando.

In tutte queste figure c’è una qualità comune che le tradizioni successive — cristiane, medievali, moderne — hanno faticato a gestire: il potere che non viene da nessun autorità esterna riconoscibile, che non è stato concesso da un dio o da un re, che è semplicemente lì, costitutivo di ciò che queste figure sono. Un potere che appartiene alla soglia e che la soglia non può essere delegittimata perché non ha bisogno di legittimità — è più vecchia delle categorie che potrebbero concederla o negarla.

Questa è la tradizione a cui Morgana appartiene. È per questo che il Medioevo cristiano non riuscì mai del tutto a trasformarla in una villain semplice: perché la complessità originale della figura resisteva all’operazione, lasciava sempre tracce che contraddicevano la versione più semplice.

Morgana e Artù: il nodo che non si scioglie

Il rapporto tra Morgana e Re Artù è, nella tradizione medievale sviluppata, quello di sorellastra e fratellastro — un legame di sangue che coesiste con un conflitto profondo e non risolto.

Artù è il re che governa il mondo visibile, che cerca di costruire un ordine fondato sulla giustizia e sul codice cavalleresco. Morgana è la reggente di un mondo che esiste fuori da quell’ordine, che risponde a leggi diverse, che non riconosce la Tavola Rotonda come il centro di tutto. Il conflitto tra loro — nei romanzi medievali che lo elaborano — è anche il conflitto tra due principi: il mondo della storia e del potere politico da una parte, il mondo dell’Altrove e della conoscenza che non si lascia istituzionalizzare dall’altra.

Nelle versioni in cui Morgana assume il ruolo di antagonista, cerca di distruggere ciò che Artù ha costruito. Ma le sue motivazioni rimangono raramente semplici. La tradizione non riesce mai a renderla del tutto malvagia: a volte sembra voler proteggere qualcosa che Camelot minaccia senza comprenderlo, altre agisce come risposta a torti reali o percepiti, oppure come conseguenza del modo in cui il mondo arturiano l’ha esclusa e trasformata da custode dell’Altrove in figura pericolosa da controllare.

E poi, nonostante tutto questo, è Morgana che riceve Artù ad Avalon.

Questo finale — Morgana che porta ad Avalon il re contro cui aveva combattuto — è il dettaglio che nessuna versione della storia ha mai rimosso del tutto, perché toccarlo significherebbe perdere qualcosa di essenziale. Non è una riconciliazione sentimentale. Non è il perdono che cancella il conflitto. È qualcosa di più complesso e più vero: il riconoscimento che il ruolo di Morgana rispetto ad Artù non è mai stato semplicemente ostile, che il conflitto tra loro era anche un legame, che la persona che ti combatte può essere anche la persona che sa cosa fare con te quando il mondo in cui hai vissuto non esiste più.

morgana in avalon

Nell’immaginario contemporaneo

Le versioni moderne di Morgana tendono a scegliere uno dei due estremi che la tradizione ha sempre cercato di tenere in tensione: o la villain glamour, la dark sorceress che vuole il trono per sé, oppure la vittima mal capita, la donna di potere che il patriarcato medievale ha demonizzato. Entrambe le letture portano qualcosa di vero. Entrambe perdono l’ambiguità che rende la figura interessante.

La Morgana più fedele alla tradizione non è né l’una né l’altra. Non è innocentemente perseguitata — agisce contro Artù, ruba Excalibur, causa danni reali. Non è semplicemente malvagia — guarisce, custodisce, accoglie infine il fratello nell’isola di cui è la signora. È qualcosa di più difficile da gestire narrativamente: una figura che può fare entrambe le cose, che non si lascia ridurre a una sola valenza morale, che appartiene a un registro in cui bene e male non sono le categorie organizzative principali.

Il successo delle riscritture femministe — con Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley come esempio più influente — ha avuto il merito di rimettere Morgana al centro della storia e di dare voce a una prospettiva che i testi medievali avevano sistematicamente soppresso. Ma ha anche prodotto una Morgana più pulita di quella originale: una protagonista le cui ragioni sono sempre comprensibili, la cui magia è sempre giustificata, il cui conflitto con Artù ha sempre una spiegazione morale chiara.

La Morgana delle fonti più antiche è meno confortante di questa. Ha motivazioni che non sempre si lasciano spiegare. Fa cose che non sempre si lasciano giustificare. E questa irriducibilità — questa qualità di figura che non si lascia del tutto addomesticare da nessuna narrativa — è forse ciò che la rende duratura.

La signora che il mito non ha mai del tutto domesticato

Morgana sopravvive perché rappresenta qualcosa che le tradizioni successive non sono mai riuscite a eliminare del tutto: un tipo di potere che non viene da nessuna autorità esterna, che non risponde a nessun codice che il mondo ordinario ha scritto, che appartiene alla soglia e che la soglia rende possibile.

La sua connessione con Avalon — con quel luogo di sospensione e guarigione che esiste fuori dal tempo ordinario, fuori dal mondo di Camelot e dei suoi codici — è il nucleo di ciò che è. Non è una strega che ha imparato magia da qualcuno. È una custode che abita un luogo che il mondo ordinario non può controllare. E questo, nelle tradizioni che cercano di controllare tutto, è sempre stato il problema principale.

Le donne del Sídhe, le figure femminili degli immrama, la Morrigan sul campo di battaglia, le nove sorelle di Avalon — tutte queste figure appartengono a una tradizione che la mitologia celtica ha custodito e che le riscritture successive hanno cercato, con risultati parziali, di classificare, limitare, rendere meno pericolosa.

Morgana è rimasta pericolosa. Non perché sia cattiva, ma perché la sua qualità, quella conoscenza di soglia, quella capacità di abitare i confini tra i mondi, quel sapere che non ha bisogno di giustificazione esterna, non si lascia addomesticare del tutto.

È ancora lì, nell’isola oltre la nebbia, in attesa che qualcuno arrivi ferito abbastanza da meritare la sua cura. Non perdona, non condanna. Sa cosa fare con le cose che il mondo non riesce a tenere in piedi da solo.

E questa, forse, è la forma più antica e più precisa del suo potere.

Articoli simili