i fondatori mitici di Roma

Romolo e Remo: i fondatori mitici di Roma e la nascita di un impero

Due neonati sul bordo di un fiume. La corrente del Tevere che sale, l’acqua che lambisce il cesto di vimini dove sono stati abbandonati. Intorno, solo silenzio. E poi, dal bosco, una lupa.

È un inizio sorprendente per la storia della città più potente del mondo antico. Al posto del trionfo ci sono l’abbandono, il pericolo e l’incertezza. Al posto di un palazzo, un cesto trasportato dall’acqua. Due bambini ignari del proprio destino e una creatura selvatica che sceglie di proteggerli invece di aggredirli.

Roma nasce da una storia di abbandono, sopravvivenza e destino. Le sue origini affondano invece in una storia di abbandono, sopravvivenza e destino. Ed è precisamente questa fragilità iniziale — questo inizio dal nulla, anzi dal pericolo — che rende il mito di Romolo e Remo una delle storie più significative della mitologia romana.

Una nascita proibita

La storia comincia, come tante storie mitologiche, con una profezia scomoda. Numitore, re di Alba Longa, aveva un fratello — Amulio — che lo spodestò con la forza. Per assicurarsi che nessun erede legittimo potesse mai reclamare il trono, Amulio fece dell’unica figlia di Numitore, Rhea Silvia, una vestale. Le Vestali erano sacerdotesse di Vesta, legate da un voto di castità che durava trent’anni. Una vestale non poteva avere figli. Amulio credeva di aver risolto il problema della successione.

Ma il destino seguiva un’altra strada.

Secondo la tradizione romana, Marte si unì a Rea Silvia — in sogno, secondo alcune versioni, oppure in forma reale secondo altre. Dal loro incontro nacquero due gemelli. Quando la nascita venne scoperta, Amulio fece imprigionare Rea Silvia e ordinò che i bambini fossero portati al Tevere e affidati alla corrente.

Il comando era preciso. Il destino lo trasformò in qualcos’altro.

I servi incaricati di eseguire l’ordine raggiunsero il fiume in piena. Invece di avvicinarsi all’acqua più profonda, posarono il cesto vicino alla riva, dove la corrente appariva meno impetuosa. Poi si allontanarono. Il cesto galleggiò fino alle radici di un fico selvatico, il fico Ruminale, che nei secoli successivi i Romani avrebbero venerato come uno degli alberi sacri della loro storia.

segno divino sul palatino

La lupa e il pastore

Quello che accadde dopo divenne una delle immagini più potenti e più durature di tutta la civiltà romana. Una lupa — forse scesa dalle colline del Palatino, forse inviata dal padre divino dei gemelli — trovò i bambini e invece di ucciderli li allattò. Li trattò come cuccioli propri.

L’immagine della lupa capitolina con Romolo e Remo ai suoi piedi è diventata il simbolo universale di Roma. Compare su monete, stemmi e monumenti, ma il suo significato originario va oltre l’emblema della città. La lupa era l’animale sacro di Marte. Il fatto che un predatore della selva nutrisse i figli del dio rappresentava un segno evidente della protezione divina che li accompagnava. Il loro destino apparteneva ormai a un disegno più grande della volontà di un re.

Li trovò Faustolo, un pastore che pascolava le greggi di Amulio sui pendii del Palatino. Li portò a casa. Sua moglie Acca Larenzia li allevò come figli propri. Crebbero tra pastori e boschi, senza sapere chi fossero — o almeno, senza poterlo dimostrare.

Questa scelta narrativa rivela molto dell’immaginario romano. La futura capitale del mondo, la città dei senatori, degli imperatori e delle grandi leggi, affida i propri fondatori alla semplicità della campagna. Romolo e Remo imparano la fatica, la sopravvivenza e il comando prima ancora di conoscere il potere. Quel legame con la natura selvaggia diventa parte della loro identità e della loro capacità di fondare una città destinata a durare nei secoli.

Il ritorno e la vendetta

La loro origine regale emerge con il passare degli anni. Romolo e Remo crescono forti, autorevoli e capaci di attirare intorno a sé giovani pastori e uomini liberi. I racconti ricordano scontri per il controllo dei pascoli, la cattura di Remo e il suo incontro con Numitore, fino al momento in cui Romolo raggiunge Alba Longa e ricompone la storia della loro nascita.

Numitore riconosce i nipoti. I gemelli ritrovano il nonno. Insieme rovesciano Amulio.

Nel racconto tradizionale questo episodio occupa poche pagine, ma il suo significato è fondamentale. La caduta di Amulio rappresenta il ritorno della legittimità: il trono torna al sovrano che ne aveva diritto e l’ordine viene ricomposto. Prima ancora di fondare Roma, Romolo e Remo si affermano come restauratori della giustizia, un’idea destinata ad accompagnare tutta la storia politica e religiosa della città.

Numitore torna sul trono di Alba Longa. Per i due fratelli si apre una nuova fase della loro vita: la ricerca del luogo in cui fondare una città destinata a cambiare la storia.

la fundazione di roma

Il sito, il segno e la frattura

Scelsero la zona del Tevere dove erano stati salvati: le colline che si alzano dal fiume, i luoghi della loro infanzia selvatica. Rimaneva però una decisione fondamentale: quale collina avrebbe accolto la nuova città? Romolo indicava il Palatino, Remo l’Aventino. Per risolvere la questione affidarono la scelta agli dèi.

Decisero di lasciare la scelta agli dèi, attraverso l’osservazione degli auspici — il volo degli uccelli, che nella tradizione romano-etrusca era uno dei mezzi più affidabili per leggere la volontà divina. Remo, sull’Aventino, vide sei avvoltoi. Romolo, sul Palatino, ne vide dodici. Il numero era chiaro: Romolo aveva ricevuto il segno più favorevole. La città sarebbe sorta sul Palatino.

Quello che accadde dopo è il cuore oscuro del mito.

Romolo cominciò a tracciare il pomerium, il confine sacro della nuova città, incidendo il terreno con un aratro trainato da un bue e da una vacca bianchi. Quel solco era molto più di una semplice delimitazione territoriale: segnava la nascita di uno spazio consacrato, separato dal resto del mondo e posto sotto la protezione degli dèi. Oltrepassarlo senza autorizzazione significava violare il sacro. Le future mura e il pomerium coincidevano con l’identità stessa di Roma.

Remo saltò le mura.

Le fonti antiche propongono interpretazioni diverse. Alcune raccontano che volesse deridere la fragilità delle mura appena tracciate; altre vedono nel gesto una sfida politica dopo il responso degli auspici; altre ancora lo inseriscono nello scontro crescente tra i seguaci dei due fratelli.

Romolo lo uccise.

Perché Romolo uccise Remo

Questa è la domanda che ogni lettore moderno pone, e che i Romani stessi posero — con risposte diverse, nessuna del tutto soddisfacente.

La spiegazione tradizionale è di natura religiosa. Remo aveva violato il pomerium, il confine sacro della città appena fondata. Il suo gesto assumeva quindi il valore di una profanazione, e la risposta di Romolo veniva presentata come la difesa dell’ordine sacro appena istituito. Secondo la tradizione avrebbe pronunciato le parole: Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea — «Così accadrà a chiunque oltrepasserà le mie mura». Più che un’esplosione d’ira, il racconto lo presenta come un atto destinato a proteggere la città nascente.

Il mito, tuttavia, conserva tutta la forza della sua ambiguità. Roma nasce da un fratricidio. Il suo fondatore uccide il proprio gemello, e quella ferita rimane parte integrante della memoria della città.

Molti studiosi interpretano questo episodio come una riflessione sul potere e sulla fondazione politica. Una città richiede un centro riconosciuto e un’autorità capace di rappresentarla. La fase iniziale, condivisa dai due fratelli, lascia spazio alla necessità di un’unica guida. La morte di Remo diventa così il simbolo del prezzo che accompagna ogni fondazione.

Per i Romani il punto centrale non consisteva nello stabilire chi avesse ragione. Il mito invitava piuttosto a riflettere sul costo della nascita di una città destinata a durare nei secoli. L’ordine richiede un centro. Il centro richiede un’autorità. E nella memoria di Roma quell’autorità nasce attraverso un gesto che unisce il sacro alla violenza.

Perché Romolo uccise Remo

Romolo, il primo re

Con Remo morto e il confine sacro tracciato, Romolo divenne il primo re della nuova città. La tradizione lo trasformò in un fondatore quasi ideale — non perfetto, ma efficace, solido e capace di creare istituzioni destinate a durare nel tempo.

Fondò il Senato — un consiglio di cento padri di famiglia, i patres, da cui discendono i patrizi. Creò le prime strutture militari e aprì un asilo sul Campidoglio per accogliere fuggitivi, esuli e uomini senza patria. Fu il primo esempio di una capacità che avrebbe caratterizzato a lungo la città: assorbire, integrare e trasformare in cittadini persone provenienti da origini diverse.

Il Ratto delle Sabine — l’episodio in cui i primi abitanti, privi di donne con cui formare famiglie, invitarono il popolo sabino a una festa e ne rapirono le figlie — appartiene anch’esso alla vicenda di Romolo. La tradizione non lo presenta come un semplice atto di violenza, ma come una necessità delle origini, seguita da una riconciliazione che portò all’unione tra le due comunità. Ancora una volta emerge un tema ricorrente: il conflitto come passaggio verso una nuova forma di convivenza.

Romolo regnò per decenni. Poi scomparve. Le versioni differiscono: secondo una tradizione fu rapito in cielo durante una tempesta, divinizzato come Quirino e venerato come antenato della città. Secondo un’altra, fu ucciso dai senatori che temevano il suo crescente potere. Entrambi i racconti sopravvissero nei secoli, senza che una versione prevalesse definitivamente sull’altra.

La tradizione faceva risalire le origini della città a Enea.

Le istituzioni nate nei primi anni della città sarebbero state sviluppate dai sovrani successivi, insieme al culto di divinità fondamentali come Giano, custode di ogni inizio.

Il significato del mito

Ogni mito fondativo racconta qualcosa di essenziale sul popolo che lo ha elaborato. Quello di Romolo e Remo restituisce una visione del mondo in cui il destino guida gli eventi e il potere nasce attraverso una prova.

I due gemelli sopravvivono all’abbandono perché il loro destino è fondare una città. Il sangue di Marte che scorre nelle loro vene conferisce alla nascita di Roma una dimensione sacra e inserisce la città in un progetto che supera la volontà dei singoli uomini.

Il racconto mostra anche che l’autorità è una conquista. Si costruisce attraverso prove, conflitti e decisioni difficili. I gemelli devono creare il proprio futuro prima ancora di poter governare.

Al centro della storia emerge il valore sacro dell’ordine. Il pomerium rappresenta il confine che separa lo spazio consacrato dal resto del mondo e rende possibile l’esistenza stessa della città. Quando Remo lo oltrepassa, mette in discussione il principio su cui Roma sta prendendo forma.

Rimane infine una tensione destinata ad accompagnare il mito attraverso i secoli. La città nasce da un legame fraterno e dalla sua definitiva rottura. La fondazione unisce e separa nello stesso istante, lasciando all’origine di Roma una ferita che continua a far parte della sua identità.

Un simbolo che non smette di parlare

La Lupa Capitolina, con i due gemelli raccolti sotto il suo ventre, è diventata uno dei simboli più riconoscibili della civiltà romana. Compare nei musei di tutto il mondo, negli stemmi cittadini, nelle opere d’arte e nei libri di storia. Con il passare dei secoli il suo significato si è trasformato, ma la forza dell’immagine è rimasta intatta.

Il mito di Romolo e Remo supera infatti la storia di Roma. Racconta come nasce una civiltà: attraverso la vulnerabilità e la forza, la discendenza divina e il sacrificio, la definizione di un confine e il prezzo necessario per custodirlo. È un racconto che guarda con lucidità alle proprie origini e riconosce nella violenza uno degli elementi che accompagnano ogni fondazione politica.

Roma fu generata da due gemelli.

La città, però, prese forma attraverso la scelta di un solo fondatore.

Ed è forse proprio questa scelta, insieme al confine sacro che distingue il dentro dal fuori e il caos dall’ordine, a custodire il significato più profondo del mito di Roma.

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