Ulisse nella mitologia greca: l’uomo che non riusciva a smettere di tornare
C’è un momento nell’Odissea in cui Ulisse siede sulla riva del mare e piange. Non è ferito, non è in pericolo immediato, non ha appena perso un compagno. Sta guardando l’orizzonte, come fa ogni giorno, e piange perché è ancora lì, sull’isola di Calipso, e Itaca sembra lontana quanto una cosa che non esiste più.
Questo è Ulisse. Non l’eroe che vince, ma l’uomo che non riesce a smettere di provare a tornare.
Achille combatte per la gloria — sa già che morirà giovane, che il suo nome durerà eterno, e accetta questo scambio con gli occhi aperti. Eracle combatte perché è fatto così, perché la forza è la sua natura e il mondo gli manda continuamente qualcosa che quella forza deve affrontare. Ulisse non combatte per la gloria né per la forza. Combatte per tornare a casa. E il paradosso di tutta la sua storia è che la guerra finisce abbastanza in fretta — dieci anni, sì, ma poi Troia cade — e il problema vero comincia dopo.
Il viaggio di ritorno dura altri dieci anni. E in quei dieci anni Ulisse attraversa ogni forma possibile di smarrimento: fisico, identitario, temporale, morale. Arriva a Itaca, alla fine, ma non è più l’uomo che era partito. E forse è questa la cosa più onesta che la mitologia greca abbia detto sull’esperienza umana: nessuno torna davvero.
Chi era Ulisse
Itaca era una piccola isola rocciosa nel mar Ionio, con più capre che uomini e più pietra che terra coltivabile. Non era Sparta, non era Micene, non era un regno di ricchezze o di potere militare. Era un posto che esisteva nel cuore di chi vi era cresciuto, che assumeva proporzioni mitiche nella memoria di chi era lontano — come succede ai luoghi dell’infanzia, che non sono mai davvero così belli come li ricordiamo ma sono irrinunciabili esattamente per questo.
Ulisse era figlio di Laerte, re di quest’isola minore, e di Anticlea. Il nonno Autolico era noto per la sua scaltrezza ai limiti dell’inganno — una caratteristica che il nipote aveva ereditato con gli interessi. Aveva sposato Penelope, figlia di Icario, e da lei aveva avuto un figlio, Telemaco, ancora piccolo quando la guerra di Troia lo chiamò lontano.
La sua differenza rispetto agli altri eroi greci non stava nella forza fisica — in questo Achille o Aiace lo superavano di gran lunga. Stava nella mente. Ulisse pensava dove gli altri combattevano. Inventava dove gli altri attaccavano frontalmente. Usava le parole come armi, il silenzio come strategia, il travestimento come tattica. I Greci lo chiamavano polytropos — “dai molti ingegni”, “dalle molte astuzie”, “dall’animo multiforme” — e questo aggettivo con cui Omero apre l’Odissea è già tutto un programma: un uomo che è molte cose, che sa diventare quello che la situazione richiede, che non ha una sola natura ma tante.
L’astuzia di Odisseo non sempre produce conseguenze prive di ombre. Secondo la tradizione raccontata da Sofocle, fu proprio lui a convincere i comandanti greci ad abbandonare Filottete sull’isola di Lemno, ritenendo che la sua ferita mettesse a rischio l’intera spedizione.
Questa flessibilità identitaria era la sua forza e la sua croce. Lo rendeva capace di sopravvivere a qualsiasi situazione. Lo rendeva anche, alla fine, qualcuno che faticava a riconoscersi.
La guerra che non voleva combattere
Quando i messaggeri di Agamennone arrivarono a Itaca per reclutare Ulisse nella spedizione contro Troia, lui si finse pazzo. Arò il campo con un asino e un bue aggiogati insieme, seminò sale invece di grano, si comportò come qualcuno che aveva perso il senno. Sapeva già — o intuiva — cosa significasse guerra: anni lontano da Itaca, da Penelope, da Telemaco che era appena nato.
Fu Palamede a smascherarlo. Prese il piccolo Telemaco e lo mise davanti all’aratro. Ulisse deviò l’aratro per non colpire suo figlio. E con quel gesto rivelò che la sua mente funzionava ancora perfettamente — che capiva ogni cosa, che il figlio era più forte di qualsiasi finzione.
Partì. Ma portò con sé, da quel momento in poi, un rancore verso Palamede che sarebbe costato la vita a quest’ultimo. Più avanti, durante la guerra, Ulisse avrebbe fatto trovare una lettera falsa che accusava Palamede di tradimento. Lo avevano messo in una situazione in cui non aveva scelta: lui aveva restituito il favore, con l’interesse.
Questa storia dice già tutto ciò che c’è da sapere su Ulisse. Era capace di inganni necessari ma anche di vendette lunghe. Era razionale ma non freddo. Era pragmatico ma non privo di sentimento. Era, in una parola, profondamente umano — con tutti i pregi e tutte le ambiguità che questo comporta.

Il cavallo di Troia e il peccato dell’astuzia
Troia resistette per dieci anni. Le mura non cadevano, i difensori non cedevano, e gli dei si dividevano tra i due schieramenti con una preferenza che cambiava a seconda delle convenienze divine. Alla fine fu Ulisse a trovare la soluzione che nessuno aveva ancora tentato: non l’assalto frontale, non l’assedio, non la diplomazia. Un inganno così grande da essere quasi una teologia.
Il cavallo di legno era un’idea che violava le regole del conflitto eroico. Gli eroi greci combattevano alla luce del sole, con le armi, faccia a faccia — era una questione di onore, di codice, di come la gloria funzionava in quel mondo. Ulisse propose di nascondere gli uomini migliori nel ventre di una statua, di far finta di ritirarsi, di aspettare che il nemico portasse il regalo dentro le proprie mura. Era un inganno, non una vittoria. Era astuto, non glorioso.
Funzionò. Troia cadde in una notte, dall’interno, tradita dalla propria curiosità e dalla propria speranza che la guerra fosse finita.
Ma dopo quella notte, qualcosa cambiò nel rapporto tra Ulisse e gli dei. Aveva usato la mente in un modo che sfidava l’ordine del combattimento eroico. Aveva vinto in modo che i vincitori avrebbero faticato a celebrare senza imbarazzo. E durante il saccheggio di Troia, alcuni Greci avevano profanato templi, violentato supplici che abbracciavano le statue divine, offeso Atena — la stessa dea che aveva protetto Ulisse fino ad allora. Il ritorno di tutta la flotta greca sarebbe stato difficile. Quello di Ulisse, impossibile.
Non perché avesse commesso i crimini peggiori. Ma perché aveva costruito una vittoria con la furbizia, e la furbizia non era mai del tutto pulita agli occhi degli dèi.
Il viaggio che non finiva mai
Il viaggio di ritorno di Ulisse non è una serie di avventure. È una serie di tentazioni — una per ogni tipo diverso di abbandono della propria identità e del proprio scopo. Ogni tappa offre a Ulisse una ragione per smettere di tornare, per dimenticare Itaca, per diventare qualcosa di diverso da ciò che era.
I Lotofagi: il canto dell’oblio
La prima tentazione è la più silenziosa. I Lotofagi vivono su un’isola dove la gente mangia fiori di loto — e chi mangia non ricorda più da dove viene, né dove vuole andare. Non è una prigione fisica: è una dissoluzione del desiderio. I marinai che assaggiano il loto non soffrono, non sono tristi. Semplicemente smettono di volere tornare.
Ulisse li trascina a forza sulle navi, piangenti, mentre loro non capiscono nemmeno perché vengano portati via da qualcosa che sembrava così dolce. È il primo avvertimento del viaggio: la via più facile per smettere di soffrire è dimenticare. E dimenticare è sempre disponibile, sempre accessibile, sempre presentato in una forma che sembra gentile.
Polifemo: l’orgoglio che rovina tutto
Il Ciclope Polifemo era figlio di Poseidone. Ulisse e i suoi compagni erano rimasti intrappolati nella sua caverna, e Ulisse aveva elaborato un piano — accecare il ciclope, nascondersi sotto le pecore, scappare quando il gregge usciva la mattina. Il piano funzionò.
Ma quando la nave era già lontana dagli scogli, abbastanza al sicuro, Ulisse urlò il suo vero nome verso la riva. Non “Nessuno” — il nome falso con cui si era presentato al ciclope. Il suo nome vero: Ulisse, figlio di Laerte, di Itaca.
Era inutile dal punto di vista tattico. Era anche potenzialmente letale: Polifemo scagliò massi verso la voce, e uno di loro mancò la nave di poco. Ma Ulisse doveva farlo. Aveva rischiato la vita, aveva perso compagni, aveva usato ogni risorsa della propria intelligenza — e non poteva lasciare che quella vittoria fosse attribuita a “Nessuno”. Aveva bisogno che qualcuno sapesse chi l’aveva sconfitto.
Questo bisogno gli costò dieci anni. Polifemo pregò suo padre Poseidone di vendicarsi, e Poseidone — il dio che governava i mari che Ulisse doveva attraversare — esaudì la preghiera. Da quel momento in poi, ogni onda che si alzava era un ostacolo in più tra Ulisse e Itaca.
L’orgoglio non è la stessa cosa della hybris nel senso più cosmologico. È qualcosa di più piccolo e di più comprensibile: il bisogno di essere riconosciuti, di non sparire nell’anonimato, di esistere con un nome invece che come pura funzione di sopravvivenza. Ulisse sapeva che stava commettendo un errore strategico nel momento in cui gridava. Lo fece lo stesso. Era umano.
I venti di Eolo: la salvezza distrutta dall’interno
Eolo, il signore dei venti, aveva regalato a Ulisse un otre con tutti i venti sfavorevoli rinchiusi dentro — tenuti prigionieri perché non potessero ostacolare il viaggio verso Itaca. Con solo il vento favorevole libero, la nave era già in vista di Itaca quando Ulisse si addormentò per la stanchezza. I suoi uomini, convinti che l’otre contenesse tesori che il capitano teneva per sé, lo aprirono.
I venti si scatenarono. La nave fu ricacciata indietro per tutto il tragitto che aveva percorso. La salvezza, così vicina da poter vedere le luci di Itaca, svanì in poche ore.
Ulisse non poteva essere ovunque. Non poteva restare sveglio per sempre. La rovina arrivò dall’interno della sua stessa squadra, dalla diffidenza e dall’avidità di uomini che non capivano cosa stava accadendo. Era ancora colpa sua? In parte sì — non aveva spiegato, non aveva comunicato, aveva trattato i compagni come strumenti invece che come persone. Ma la risposta a questa domanda non cambiava il risultato: Itaca era sparita di nuovo all’orizzonte.
Circe: la perdita dell’identità
L’isola di Circe era un luogo dove le distinzioni tra le specie si dissolvevano. La maga trasformò in maiali i compagni di Ulisse che avevano accettato il suo vino, riducendo uomini a creature — ma senza togliere loro la coscienza di essere stati uomini. Era una punizione che lasciava integra la parte che soffriva di più.
Ulisse la affrontò protetto da un’erba magica che Ermes gli aveva dato. Resistette alla trasformazione. Costrinse Circe a restituire la forma ai suoi compagni. E poi rimase sull’isola per un anno.
Non per costrizione. Per scelta. Circe era straordinaria, l’isola era sicura, la vita lì aveva una qualità di sospensione dal tempo e dalla responsabilità che il resto del viaggio non offriva. Un anno è lungo. Un anno è abbastanza per dimenticare che si stava andando da qualche parte. Alla fine furono i compagni a ricordargli che esisteva Itaca, che c’era un posto verso cui erano diretti, che non si poteva restare lì per sempre.

Le Sirene: la conoscenza che distrugge
Circe aveva avvertito Ulisse delle Sirene. Lo aveva preparato, gli aveva dato istruzioni precise. Lui conosceva il pericolo. E nonostante questo, nonostante tutta la consapevolezza del rischio, volle ascoltarle.
Fece tappare le orecchie ai marinai con la cera. Si fece legare all’albero maestro con la corda che avrebbe tenuto anche di fronte a qualsiasi sua supplica di essere sciolto. Era un sistema perfetto — permetteva di avere la conoscenza e la sopravvivenza contemporaneamente, almeno in apparenza.
Eppure c’è qualcosa di inquietante nella scena. Ulisse legato all’albero, che urla e si contorce mentre le Sirene cantano, mentre i compagni remano senza sentire, mentre la nave passa attraverso il pericolo che lui ha scelto di esperire. Non è la vittoria pulita di chi sa evitare il pericolo. È la vittoria sporca di chi ha voluto il pericolo lo stesso, che l’ha incatenato in se stesso invece di lasciarlo fuori.
Le Sirene promettevano conoscenza, non piacere. Nell’Odissea dicono esplicitamente di potergli rivelare tutto — tutto ciò che è accaduto, tutto ciò che accadrà. Era quello il canto irresistibile: non la bellezza, ma l’onniscienza. E Ulisse — l’uomo dai molti ingegni, l’uomo che voleva sempre sapere — non riusciva a rinunciarci.
Il prezzo di quella conoscenza era la vita. Il prezzo di averla senza morire era l’impotenza — ascoltare senza poter rispondere, desiderare senza poter raggiungere, sapere che stava passando accanto a qualcosa di assoluto tenendosi deliberatamente fuori dalla sua portata. È una delle immagini più potenti che la letteratura greca abbia mai prodotto: l’uomo che capisce i propri limiti abbastanza da incatenarsi a essi, ma non abbastanza da non volerli attraversare.
Scilla e Cariddi: scegliere quale perdita accettare
Tra Scilla — il mostro che viveva sulla scogliera e prendeva un marinaio per ogni testa — e Cariddi — il gorgo che tre volte al giorno inghiottiva tutto il mare e tutto ciò che vi galleggiava — non c’era una via sicura. C’era solo la scelta di quale perdita fosse più accettabile.
Attraversare quel tratto di mare significava entrare in uno dei passaggi più temuti della navigazione antica, dove le correnti dello stretto e le rocce rendevano impossibile evitare entrambi i pericoli.
Circe aveva già detto cosa fare: passare vicino a Scilla, perdere sei uomini, ma salvare la nave e il resto. Non tentare di combattere Scilla, non cercare di trovare una terza via, non aspettare che il gorgo fosse nella fase giusta. Accettare la perdita parziale per evitare la perdita totale.
Ulisse ubbidì. Non disse ai suoi uomini cosa li aspettava, perché sapeva che la paura li avrebbe paralizzati. Passarono. Scilla prese sei dei suoi migliori. Li vide morire urlando il suo nome mentre venivano sollevati nell’aria. Non poteva fare niente.
Era questo il vero insegnamento dell’episodio: a volte non si può proteggere tutti. A volte il compito del leader non è eliminare le perdite ma scegliere quali perdite sono sopportabili. È una responsabilità pesantissima, e l’unico modo di portarla era non mostrare che pesava — almeno non fino a quando si era ancora in mezzo al pericolo.
Calipso: l’immortalità come prigione
Calipso era una ninfa immortale che viveva su un’isola ai confini del mondo, e amava Ulisse. Lo aveva accolto dopo l’ultimo naufragio, lo aveva salvato, lo aveva tenuto con sé per sette anni. Gli offriva l’immortalità: restare con lei, non invecchiare mai, non morire mai, non dover più combattere per sopravvivere.
Era l’offerta più assoluta del viaggio. Non la pace temporanea di Circe, non l’oblio indolore dei Lotofagi, non la conoscenza distruttiva delle Sirene. Era la soluzione definitiva a tutti i problemi che la vita mortale comporta: il tempo, la malattia, la morte, la fragilità. Bastava dire sì.
Ulisse stava seduto sulla riva e piangeva. Ogni giorno, usciva dalla grotta di Calipso, andava sulla riva, guardava il mare in direzione di Itaca e piangeva. Ogni notte tornava con Calipso perché non aveva altra scelta — ma il desiderio di tornare era così costante, così fisico, da essere quasi una malattia.
Quando Ermes arrivò per ordine di Zeus a dirle che doveva lasciarlo andare, Calipso cedette. Non di buon grado. Ma cedette.
E Ulisse scelse Itaca. Scelse Penelope, che invecchiava mentre lui no. Scelse Telemaco, che non conosceva. Scelse la mortalità, con tutto il dolore che comportava, invece di una vita perfetta e immobile sull’isola di qualcun altro. Era la scelta più strana che si potesse fare — e anche la più profondamente umana. L’immortalità offerta dalla persona sbagliata, nel posto sbagliato, non era vita. Era solo la sospensione permanente della vita vera.

Il ritorno a Itaca
Ulisse arrivò a Itaca di notte, da solo, su una nave dei Feaci che lo lasciarono addormentato sulla riva. Quando si svegliò non riconobbe subito l’isola — Atena aveva trasformato il paesaggio con la nebbia, o forse erano i suoi occhi che non riconoscevano più ciò che aveva sognato per vent’anni.
Atena lo travestì da vecchio mendicante. Non per sicurezza tattica soltanto — anche come test. Voleva vedere Itaca prima di rivelare di essere tornato. Voleva capire cosa era diventata in sua assenza, chi era sopravvissuto, chi lo aveva dimenticato, chi lo aveva tradito.
La prima creatura che lo riconobbe fu il cane Argo. Aveva vent’anni ormai, era vecchio e malato, abbandonato nel letamaio vicino alla porta. Quando Ulisse passò travestito da mendicante, Argo alzò le orecchie, agitò la coda — e morì. Aveva aspettato abbastanza. Aveva riconosciuto il padrone e poteva andare.
È una delle scene più brevi dell’Odissea e una delle più devastanti. Tre righe di Omero. Argo che aspetta, Argo che riconosce, Argo che muore. Ulisse che non si ferma, non può fermarsi, tiene lo sguardo dritto per non tradirsi con le lacrime.
Il ritorno non era fatto di grandi scene trionfali. Era fatto di piccoli riconoscimenti dolorosi, di persone e cose che erano cambiate, di tempo perduto che si manifestava in dettagli concreti. La vecchiaia della balia Euriclea, che lo riconobbe dalla cicatrice prima ancora che lui rivelasse la propria identità. Penelope che non riusciva a smettere di sperare, e per questo continuava a tessere e disfare, guadagnando tempo in un modo che era sia astuzia sia disperazione. Telemaco che era diventato un uomo senza conoscere il padre.
La strage dei Proci non era una vendetta semplice. Era il gesto con cui Ulisse ristabiliva il proprio posto nel mondo — non per violenza gratuita, ma perché quello spazio era stato occupato da altri mentre lui era via, e ricuperarlo richiedeva di mostrare chi era ancora. La gara dell’arco — che solo lui riusciva a tendere — era il test definitivo: il corpo che ricordava ciò che la mente aveva portato per vent’anni.
Ma quando finalmente si sedette con Penelope, quando finalmente poterono parlare, ci fu un ultimo riconoscimento necessario. Penelope lo mise alla prova con il segreto del letto nuziale — costruito da Ulisse stesso attorno a un ulivo vivo, che nessuno poteva spostare. Solo lui sapeva. Solo lui poteva rispondere. E solo quella risposta bastò a convincerla che era davvero tornato.
Il significato simbolico di Ulisse
La parola greca nostos — da cui deriva “nostalgia” — significa ritorno. Il nostos era il tema centrale dell’epica di ritorno, il cuore di tutta la tradizione che l’Odissea incarnava. Ma la nostalgia moderna non è solo il desiderio di tornare: è il dolore prodotto dalla consapevolezza che il posto a cui si vuole tornare non esiste più nella forma in cui lo si ricorda.
Ulisse è il personaggio che meglio di tutti incarna questa consapevolezza. Il suo viaggio non è solo la distanza fisica tra Troia e Itaca. È la distanza tra l’uomo che era partito e l’uomo che tornò, tra il luogo ricordato e il luogo trovato, tra l’identità costruita nei vent’anni di lontananza e quella che aveva lasciato indietro.
Ogni tappa del viaggio era una forma di tentazione verso l’abbandono di questa identità. I Lotofagi offrivano la cancellazione del passato. Circe offriva la trasformazione in qualcosa di non umano. Calipso offriva l’immortalità a condizione di smettere di essere se stessi nel posto sbagliato. Le Sirene offrivano la conoscenza totale a condizione di non poter più raccontarla a nessuno.
Ulisse resistette a tutte queste tentazioni non perché fosse più forte o più virtuoso degli altri, ma perché aveva qualcosa che lo richiamava — Itaca, Penelope, Telemaco, un posto nel mondo che era suo. La fedeltà a se stesso era identica alla fedeltà al ritorno: erano la stessa cosa guardata da angolazioni diverse.
E però — ed è questo il punto più doloroso — quando tornò, non era lo stesso. Non poteva esserlo. Vent’anni di guerra e di navigazione, di perdite e di scelte impossibili, di tentazioni superate e di orgoglio pagato con la vita dei compagni: tutto questo aveva modificato Ulisse in modi che nessun ritorno poteva cancellare. Itaca era lì. Ma lui non era più l’uomo che l’aveva lasciata.
Anche il viaggio verso il regno di Ade mostrava quanto il ritorno di Ulisse fosse ormai diventato qualcosa di più profondo di una semplice navigazione.
Ulisse nella letteratura e nella cultura moderna
Dante mise Ulisse nell’Inferno — nell’ottava bolgia dei consiglieri di frode, per il cavallo di Troia e gli altri inganni. Ma lo fece parlare in uno dei canti più belli della Commedia, dove Ulisse racconta di non essere mai riuscito a stare fermo a Itaca, di aver ripreso il mare per andare oltre le Colonne d’Ercole, verso il mondo senza uomini. Dante lo condanna ma non riesce a non farlo grandioso.
James Joyce costruì l’intero Ulysses — romanzo del Novecento, un giorno a Dublino — come rispecchiamento dell’Odissea. Leopold Bloom che torna a casa dalla moglie che lo ha tradito, che cammina per la città cercando un figlio che non ha: il viaggio di Odisseo tradotto nella quotidianità borghese moderna. Il parallelo non era consolante — diceva che il viaggio epico e il giorno ordinario hanno la stessa struttura, e che forse il viaggio epico era sempre stato, in fondo, qualcosa di molto più domestico di quanto sembrava.
Il poeta greco Konstantinos Kavafis scrisse “Itaca” — una delle poesie più lette del Novecento — in cui Itaca non è il punto d’arrivo ma il pretesto: il viaggio è quello che conta, le esperienze sono quelle che formano, e quando finalmente arrivi, se Itaca ti sembra povera e deludente, non è colpa di Itaca. Tu sei diventato saggio abbastanza da capire cosa significhi Itaca, e questa saggezza è il vero dono del viaggio.
Kafka scrisse il suo frammento su Ulisse e le Sirene con un ribaltamento: le Sirene, vedendo Odisseo con le orecchie tappate, smisero di cantare. E Ulisse — credendo di aver superato il pericolo grazie alla cera — non si accorse mai del silenzio. Non sapeva di aver attraversato il pericolo più grande, quello del silenzio stesso. Kafka capiva che a volte la protezione che crediamo di avere ci impedisce di capire cosa stiamo davvero attraversando.

FAQ
Chi era Ulisse nella mitologia greca? Ulisse — in greco Odisseo — era il re di Itaca, protagonista dell’Odissea di Omero. Era noto per la sua straordinaria intelligenza e astuzia piuttosto che per la forza fisica. Partecipò alla guerra di Troia e impiegò dieci anni per tornare a casa, attraversando avventure che sono diventate alcune delle storie più durature della letteratura occidentale.
Perché Ulisse impiegò dieci anni per tornare a Itaca? La causa principale fu la cecità di Polifemo, figlio di Poseidone. Ulisse si identificò al ciclope dopo averlo accecato, e Polifemo pregò il padre di rendere il suo viaggio difficile o impossibile. Poseidone — dio del mare — esaudì la preghiera, rendendo ostile ogni mare che Ulisse doveva attraversare. Ma anche le scelte di Ulisse e dei suoi compagni contribuirono: l’apertura dell’otre dei venti, il massacro dei buoi del Sole, la sosta con Circe e con Calipso allungarono il percorso di anni.
Qual era il significato delle Sirene per Ulisse? Le Sirene rappresentavano la tentazione della conoscenza totale — non del piacere fisico, ma dell’onniscienza. Promettevano a Ulisse di rivelare tutto ciò che era accaduto e accadrà. Lui volle ascoltarle ma sapeva che farlo liberamente significava morire: si fece legare all’albero maestro. L’immagine di Ulisse incatenato mentre ascolta il canto delle Sirene è una delle rappresentazioni più potenti del conflitto tra il desiderio di conoscere e la necessità di sopravvivere.
Perché Poseidone odiava Ulisse? Poseidone perseguitò Ulisse per vendicare il figlio Polifemo, il ciclope che Ulisse aveva accecato. Non era odio personale nel senso stretto: era la risposta di un dio a chi aveva offeso il suo sangue. Questa vendetta divina era l’espressione di un principio cosmico preciso nella cultura greca: certe offese, anche se compiute in difesa della propria vita, hanno conseguenze che non si possono evitare.
Qual è la differenza tra Ulisse e Achille? Achille è l’eroe della gloria — combatte sapendo di morire presto, e accetta questo per lasciare un nome eterno. Ulisse è l’eroe del ritorno — combatte per tornare a casa, per sopravvivere, per ritrovare ciò che ha lasciato. Achille non vuole vivere senza gloria; Ulisse non vuole morire prima di rivedere Itaca. I due rappresentano due risposte diverse alla condizione mortale: la trascendenza attraverso il gesto assoluto, e la persistenza attraverso l’intelligenza e il desiderio.
Ulisse riuscì davvero a tornare a casa? Sì, nell’Odissea. Tornò a Itaca, uccise i Proci che si erano insediati nel suo palazzo, si ricongiunse con Penelope e con il padre Laerte. Ma la tradizione non si fermò lì: alcune fonti suggeriscono che riprese il mare dopo poco. Dante lo fece partire di nuovo verso l’oceano sconosciuto, da cui non tornò. L’idea che Ulisse non riuscisse davvero a stare fermo — che il ritorno lo soddisfacesse solo parzialmente — è una delle intuizioni più potenti che la tradizione successiva abbia aggiunto al mito.
Chi era Penelope? Penelope era la moglie di Ulisse, considerata il modello della fedeltà coniugale nella cultura greca. Durante i vent’anni di assenza del marito, tenne a bada i Proci — i pretendenti che volevano sposarla e prendere il trono di Itaca — con uno stratagemma: tesseva di giorno un sudario per il suocero Laerte e lo disfaceva di notte, guadagnando tempo. Era intelligente, paziente e fedele — una figura che Omero tratteggiò con una profondità psicologica non comune per l’epica del suo tempo.
L’uomo che torna senza essere tornato
Ulisse non è l’eroe della vittoria. È l’eroe del ritorno — e il ritorno, si scopre, è la cosa più difficile che esista. La vittoria ha una forma chiara: si vince o si perde, si è vivi o morti, la battaglia finisce. Il ritorno non finisce mai davvero.
Si può tornare al posto da cui si è partiti. Non si può tornare a essere chi si era prima di partire. Ulisse arrivò a Itaca, si sedette con Penelope, parlò con Telemaco, vide morire Argo. Ma l’uomo che fece tutto questo non era lo stesso che aveva lasciato l’isola vent’anni prima. Quella persona era rimasta a Itaca, aveva aspettato, era invecchiata nel ricordo di chi era partito.
Il vero segreto dell’Odissea è che Ulisse porta Itaca con sé per tutto il viaggio — la tiene come ragione per resistere a ogni tentazione di fermarsi, di dimenticare, di diventare qualcos’altro. E proprio per questo può tornare. Ma tornare non significa recuperare ciò che era. Significa portare a casa tutto ciò che il viaggio ha fatto di lui — le perdite, le scelte, le notti con Calipso, le lacrime sulla riva, il nome gridato a Polifemo.
Il cane Argo muore quando lo riconosce. Forse perché non aveva più niente da aspettare. Forse perché quello che tornò era abbastanza vicino a ciò che era partito da soddisfare vent’anni di attesa — ma non identico. Abbastanza vicino. Non identico.
Nessuno torna mai identico. E questo, forse, è l’unica cosa vera che i miti ci dicono sul tempo.
