L’Accabadora: storia e leggenda della donna della morte sarda
In una casa di campagna, durante le ore più lunghe di un’agonia che sembra non trovare fine, la memoria orale sarda racconta di una donna chiamata in silenzio dalla famiglia. Arriva di notte, senza clamore, e la sua presenza basta a far comprendere che il momento decisivo si avvicina.
La scena appartiene al territorio incerto del ricordo e della tradizione, non a un episodio documentato con nomi e date. È da questa soglia, sospesa tra pietà, paura e non detto, che prende forma la figura dell’Accabadora.
Chi era l’Accabadora?
La tradizione sarda ricorda l’Accabadora, chiamata in alcune varianti femina agabbadora, come una donna convocata quando la sofferenza di un morente sembrava ormai impossibile da alleviare. Il suo compito, secondo i racconti, era accompagnare la fine o affrettarla nei casi più estremi, secondo molte versioni, all’interno di una decisione maturata nella cerchia familiare.
La sua figura resta difficile da definire con precisione. In alcune versioni appare come una presenza quasi rituale, chiamata secondo consuetudini riconosciute; in altre come una donna del paese a cui veniva affidato un compito eccezionale. Questa incertezza appartiene alla memoria orale che l’ha tramandata e al confine sottile tra ruolo sociale, pratica ricordata e leggenda.
Un gesto tra pietà e morte
Il racconto popolare colloca l’intervento dell’Accabadora in una zona difficile da separare tra compassione e morte. La sua presenza veniva associata ai momenti in cui la sofferenza sembrava aver superato ogni possibilità di sollievo, e la fine appariva come l’unica risposta ancora immaginabile.
Le categorie moderne di eutanasia o omicidio pietoso spiegano solo in parte questa figura. La memoria orale la inserisce in una logica comunitaria più antica, legata alla famiglia, al dolore e alla responsabilità verso il morente. Proprio questa tensione, mai del tutto risolta, continua a rendere l’Accabadora una presenza tanto inquietante quanto difficile da giudicare.

Come avrebbe agito l’Accabadora?
Le tradizioni orali attribuiscono all’Accabadora gesti diversi. In alcuni racconti compare il soffocamento con un cuscino; in altri un colpo alla testa inferto con un piccolo mazzuolo di legno, il mazzolu, oggi associato alla figura anche in alcune ricostruzioni museali.
Queste versioni non compongono un rituale unico valido per tutta la Sardegna. Sono frammenti raccolti soprattutto nel Novecento, spesso a distanza di tempo dagli episodi ricordati, e portano con sé le inevitabili trasformazioni della memoria orale. Riunirli in una procedura precisa significherebbe dare alla tradizione una coerenza che forse non ha mai avuto.
Il significato del nome
Il nome Accabadora, insieme alla variante Agabbadora, viene generalmente collegato al verbo sardo acabare o agabbare, vicino allo spagnolo acabar: terminare, portare a compimento. In questa lettura, il nome richiama direttamente la funzione attribuita alla donna, colei che conclude ciò che è ormai giunto alla fine.
L’etimologia riflette anche la storia linguistica della Sardegna, segnata da lunghi contatti con il mondo iberico. I dettagli del passaggio da una forma all’altra restano discussi, ma il legame con l’idea del compimento è quello più diffuso.
Dove era conosciuta questa tradizione?
Il racconto dell’Accabadora compare soprattutto in alcune aree interne della Sardegna, tra la Barbagia, il Nuorese e l’Ogliastra. In questi territori la memoria della figura si lega a comunità rurali dove la morte avveniva spesso in casa, accanto alla famiglia, e dove i racconti si trasmettevano soprattutto per via orale.
Tracce della tradizione emergono anche in altre zone dell’isola, compreso il nord, ma con intensità e caratteristiche diverse. L’Accabadora non appartiene quindi a un’usanza uniforme diffusa in tutta la Sardegna: vive piuttosto in un mosaico di testimonianze locali, alcune più radicate, altre frammentarie o controverse.
Testimonianze, silenzi e dubbi storici
L’esistenza storica dell’Accabadora, intesa come pratica riconosciuta e diffusa, resta discussa. I documenti coevi capaci di descriverla con chiarezza sono scarsi, e gli atti ufficiali conosciuti non restituiscono una figura perfettamente coincidente con quella tramandata dalla memoria orale.
Molti racconti furono raccolti nel Novecento attraverso testimonianze familiari e ricordi riferiti a distanza di tempo. Questo non li rende privi di valore, ma invita a leggerli con cautela: il silenzio dei documenti non dimostra che la pratica non sia mai esistita, mentre la presenza di narrazioni simili non basta, da sola, a trasformarla in un fatto storico certo.
La figura dell’Accabadora continua quindi a vivere proprio in questo spazio incerto, tra memoria, testimonianza e dubbio.
Il mazzolu e gli oggetti attribuiti all’Accabadora
Un piccolo mazzuolo di legno conservato in un museo etnografico della Gallura viene spesso associato alla figura dell’Accabadora. Oggetti simili compaiono anche in altre raccolte sarde, accompagnati da racconti che li collegano alla tradizione.
La loro presenza materiale, però, non basta a confermare ogni storia costruita intorno a essi. Un utensile di legno poteva avere diversi usi nella vita rurale, e il legame con l’Accabadora dipende soprattutto dalla memoria locale che lo ha custodito. Il mazzolu resta quindi una testimonianza culturale importante, sospesa tra oggetto concreto e racconto tramandato.
L’Accabadora nella società tradizionale sarda
La figura dell’Accabadora va letta nel contesto delle comunità rurali sarde, dove la morte avveniva spesso in casa, accanto alla famiglia. La lunga agonia di un morente diventava così un’esperienza condivisa, vissuta da chi restava nella stessa stanza per giorni, talvolta senza strumenti capaci di alleviare davvero il dolore.
In questo quadro, il ricorso all’Accabadora veniva ricordato come una risposta estrema alla sofferenza. La fede religiosa, il rispetto per la vita e la pietà verso chi non sembrava avere più sollievo convivevano in una tensione difficile da sciogliere, che il racconto popolare ha conservato senza trasformarla in una risposta semplice.

Dalla memoria orale alla letteratura
La conoscenza contemporanea dell’Accabadora deve molto alla letteratura, soprattutto al romanzo Accabadora di Michela Murgia, pubblicato nel 2009 e vincitore del Premio Campiello. Il libro ha portato questa figura oltre l’ambito degli studi etnografici, facendola conoscere a un pubblico molto più ampio.
L’opera di Murgia costruisce una storia letteraria, con personaggi e vicende inventate, attorno al tema dell’Accabadora. Il romanzo ha avuto un ruolo decisivo nella diffusione moderna della figura, ma resta distinto dalla ricerca storica e dalle testimonianze orali. La letteratura ne ha ampliato la forza simbolica, senza trasformarla in una prova documentaria.
L’Accabadora nel folklore della Sardegna
Nel folklore della Sardegna, l’Accabadora occupa un posto diverso da figure come le Janas, le Cogas, lo Scultone o i Mamuthones e Issohadores. Le Janas e le Cogas appartengono al racconto di presenze femminili e stregonesche; lo Scultone al bestiario leggendario legato al paesaggio; i Mamuthones e gli Issohadores a una pratica rituale comunitaria ancora viva.
L’Accabadora resta invece sospesa tra memoria sociale e leggenda. La sua figura sembra nascere da pratiche ricordate, racconti familiari e interpretazioni successive, senza aderire del tutto a una sola categoria. È proprio questa posizione incerta a renderla una delle presenze più complesse del folklore italiano della Sardegna.
Una domanda che resta aperta
Nella casa immaginata all’inizio, la notte scorre lenta e la donna chiamata dalla famiglia resta sospesa tra memoria e dubbio. L’Accabadora continua a porre una domanda difficile: come affrontava una comunità il momento in cui la vita di una persona amata sembrava ormai inseparabile dalla sofferenza?
È forse in questa domanda, rimasta senza una risposta definitiva, che la sua figura continua ancora oggi a essere raccontata.
