Cosmologia Turca: la Struttura dell’Universo nella Tradizione dei Popoli Turchi
Ogni tradizione religiosa costruisce una propria immagine dell’universo. Per i popoli turchi delle steppe, il cosmo era un sistema ordinato nel quale il cielo, la terra e il mondo sotterraneo erano strettamente collegati, e ogni essere vivente, ogni spirito e ogni forza della natura occupavano una posizione precisa.
La cosmologia turca era la rappresentazione di questo ordine. Nel corso dei secoli, le popolazioni della steppa eurasiatica trasmisero questa visione attraverso la tradizione orale, le iscrizioni runiche e le pratiche rituali. Comprendere questa struttura significa capire come i popoli turchi interpretavano il rapporto tra gli esseri umani, la natura e il sacro, e perché ogni elemento della mitologia trovasse il proprio posto all’interno dello stesso universo simbolico.
La Struttura dell’Universo
Il cosmo turco era organizzato verticalmente su tre livelli sovrapposti, collegati da un asse centrale che li attraversava dall’alto al basso.
Il piano superiore era il dominio celeste — il cielo aperto, azzurro, quello che le tradizioni nomadi delle steppe vedevano sopra di sé ogni giorno come la presenza più immediata del sacro. Questo livello non era omogeneo: le testimonianze disponibili descrivono piani celesti multipli, la cui strutturazione variava considerevolmente a seconda della tradizione specifica. Le fonti altaiche e siberiane più dettagliate — raccolte da etnologi nel XIX e XX secolo — parlano di sette o diciassette piani, ciascuno abitato da potenze divine di rango diverso.
Il piano di mezzo era la terra — yeryüzü nelle lingue turche, letteralmente “la faccia della terra”. Era il dominio degli esseri umani, degli animali, delle forze naturali visibili. Era anche il dominio in cui la vita ordinaria si svolgeva, con tutte le sue ambiguità: la terra nutriva e uccideva, le montagne proteggevano e impedivano il passaggio, i fiumi fornivano acqua e potevano sommergere.
Il piano inferiore era il Tamag — il mondo sotterraneo governato da Erlik. Era il luogo dei morti, oscuro e lontano dalla luce del cielo di Tengri. La sua struttura rispecchiava per specularità quella del piano superiore: i piani molteplici del cielo trovavano un corrispondente nei livelli del sottosuolo, organizzati secondo la gravità delle anime che vi risiedevano.
Questa struttura rifletteva l’esperienza quotidiana delle popolazioni nomadi della steppa. Il cielo dominava l’orizzonte senza ostacoli, la terra era lo spazio attraversato durante le migrazioni e il sottosuolo rappresentava il regno dei morti. La cosmologia organizzava questi tre livelli in un unico sistema, offrendo una spiegazione coerente del rapporto tra il mondo visibile, quello invisibile e la vita delle comunità.

Il Cielo e Tengri
Tengri occupava il vertice della cosmologia turca come principio supremo dell’ordine universale. Il suo nome, che nelle antiche lingue turche indicava sia il cielo sia la divinità celeste, rifletteva il legame inscindibile tra il mondo superiore e la forza che ne garantiva l’equilibrio. Dal suo dominio dipendevano il destino delle comunità, l’armonia del cosmo e la legittimità del potere.
Questa concezione trovava espressione anche nel Kut, la forza sacra concessa ai sovrani chiamati a guidare il proprio popolo. Le iscrizioni dell’Orkhon ricordano che il khan governava per volontà di Tengri, collegando direttamente l’autorità politica all’ordine del cielo.
L’articolo dedicato a Tengri approfondisce la sua figura e il suo culto. All’interno della cosmologia, il suo ruolo consisteva soprattutto nel mantenere l’equilibrio tra i diversi livelli dell’universo e nel garantire l’ordine che rendeva possibile la vita nel mondo di mezzo.
Il Mondo di Mezzo
Il piano di mezzo era il più complesso, perché era il luogo in cui le forze di tutti e tre i livelli si incrociavano.
La terra delle steppe era una terra sacra non per una decisione religiosa astratta, ma per l’esperienza diretta delle comunità che vi vivevano. Le montagne erano i punti in cui la terra si avvicinava al cielo — luoghi di contatto tra il piano di mezzo e quello superiore, dove le cerimonie erano più efficaci e dove le potenze divine erano più accessibili. I fiumi erano i confini naturali del territorio e anche le vie di connessione tra diversi spazi del cosmo: scorrevano dall’alto verso il basso, collegando simbolicamente il piano celeste — dove le nuvole raccoglievano l’acqua — con la terra e, attraverso il sottosuolo, con il Tamag.
Gli animali avevano una posizione specifica in questa geografia sacra. Il lupo era l’animale del piano di mezzo per eccellenza — appartiene alla terra ma conosce la montagna, vive in gruppo con strutture gerarchiche che rispecchiavano quelle umane. La leggenda di Asena, che ha il suo articolo dedicato nel cluster, presupponeva questo rapporto: la lupa ancestrale era la forza naturale più vicina alla natura umana, e da questa prossimità era nata la stirpe dei Göktürk.
Il Tulpar — il cavallo alato che compare in diverse tradizioni turche e che avrà il suo articolo dedicato — era la creatura capace di attraversare i piani: con le ali raggiungeva il cielo, con la velocità attraversava la steppa, con la sua natura di animale sacro si avvicinava al confine con il piano superiore. La capacità di movimento tra i livelli cosmici era una delle qualità più valorizzate dalle culture nomadi della steppa, e gli animali che incarnavano quella capacità acquisivano un significato cosmologico specifico.
L’equilibrio del piano di mezzo dipendeva dal rispetto delle relazioni tra gli esseri che vi abitavano e tra questi e i piani superiore e inferiore. Gli spiriti İye — i custodi degli elementi naturali, già menzionati nell’articolo sul Tengrismo — erano le presenze che garantivano che ogni parte del territorio avesse il proprio ordine. Disturbare questi spiriti significava disturbare l’equilibrio del piano di mezzo, con conseguenze che si ripercuotevano sull’intera comunità.
L’Uomo nel Cosmo
Per le antiche comunità turche, gli esseri umani occupavano una posizione centrale nel piano di mezzo, ma questa centralità comportava soprattutto responsabilità. La vita dipendeva dall’equilibrio tra il cielo, la terra e il mondo sotterraneo, e ogni gesto quotidiano contribuiva a mantenere o alterare quell’armonia.
Il rapporto con la natura rifletteva questa visione. Le montagne, i fiumi, le foreste e le sorgenti erano luoghi dotati di una propria dimensione sacra, abitati dagli İye, gli spiriti custodi ricordati anche nelle tradizioni del Tengrismo. Cacciare, attraversare un passo montano o utilizzare le risorse del territorio significava entrare in relazione con queste presenze invisibili, che meritavano rispetto attraverso offerte, preghiere e comportamenti appropriati.
Anche il potere politico trovava posto all’interno di questo ordine cosmico. Il khan governava grazie al Kut concesso da Tengri, ma la sua autorità comportava il dovere di preservare l’equilibrio della comunità e garantire prosperità ai propri sudditi. L’ordine del cielo, quello della terra e quello della società erano considerati aspetti inseparabili della stessa realtà.
In questa prospettiva, la cosmologia turca non descriveva soltanto la struttura dell’universo. Offriva anche un modo di abitare il mondo, indicando come vivere in armonia con le forze della natura, con gli antenati e con il cielo da cui dipendeva il destino della comunità.
Al di sopra del mondo degli uomini si estendeva il regno celeste, suddiviso secondo molte tradizioni in una serie di livelli successivi. L’idea dei Nove Cieli rappresentava la descrizione più articolata di questa struttura e spiegava il percorso che conduceva fino alla dimora delle massime potenze divine.
Il Tamag e il Regno di Erlik
Il piano inferiore era governato da Erlik — una figura cosmologicamente necessaria quanto Tengri, anche se opposta in segno.
La funzione di Erlik nel sistema cosmologico turco era di accogliere i morti e di governare il Tamag secondo le proprie leggi. L’articolo dedicato a Erlik ne esplora la personalità e le tradizioni che lo riguardano in dettaglio. Nella cosmologia, la sua posizione era quella del polo inferiore del cosmo: la forza che presiedeva al piano dei morti con la stessa autorità con cui Tengri presiedeva al piano celeste.
Nelle tradizioni turche più antiche, Tengri ed Erlik occupavano due livelli distinti dello stesso universo. Tengri presiedeva il cielo e l’ordine cosmico, mentre Erlik governava il Tamag e il mondo dei morti. Ciascuno esercitava la propria autorità all’interno di un dominio specifico, contribuendo all’equilibrio complessivo del cosmo.
Questa concezione trova riscontro anche in altre cosmologie dell’Eurasia, dove il mondo dei vivi e quello dei morti possiedono una propria organizzazione e figure sovrane. Con la diffusione dello zoroastrismo, del manicheismo e, in seguito, dell’Islam, alcune tradizioni iniziarono a interpretare Tengri ed Erlik come principi contrapposti del bene e del male. Le testimonianze più antiche, tuttavia, descrivono soprattutto una distribuzione delle funzioni cosmiche tra il cielo e il mondo sotterraneo.
Il Tamag aveva i propri piani multipli, come il cielo, e le anime che vi arrivavano erano distribuite in modo che le tradizioni altaiche descrivono variamente. Gli sciamani — di cui l’articolo sullo Sciamanesimo Turco tratterà le pratiche rituali — erano le figure capaci di compiere viaggi verso il Tamag e di tornare, portando conoscenza o recuperando anime perdute. Questa capacità di attraversare il confine tra il piano di mezzo e quello inferiore era la definizione stessa del potere sciamanico.

L’Albero del Mondo
Il collegamento tra i tre piani del cosmo era garantito da un asse cosmico — conosciuto in molte tradizioni eurasiatiche come albero del mondo o axis mundi — che attraversava verticalmente tutti e tre i livelli.
Le fonti turche e altaiche descrivono quest’asse in modi diversi: come un albero enormemente alto le cui radici affondano nel Tamag e i cui rami raggiungono il cielo, come una montagna cosmica che toccava entrambi i limiti del cosmo, come un pilastro invisibile attorno al quale ruotavano gli astri. Queste variazioni riflettevano le diverse tradizioni regionali, ma la funzione era la stessa in tutte: garantire la comunicazione verticale tra i piani.
Il concetto di albero del mondo è tra i più diffusi dell’area eurasiatica — dall’Yggdrasil norreno agli alberi cosmici delle tradizioni siberiane e mongole. La sua presenza nelle tradizioni turche era parte di una rete di idee cosmologiche condivise da popoli che, pur essendo distanti geograficamente, avevano sviluppato strutture mitologiche simili attraverso secoli di contatti culturali e di esperienze comuni nella steppa.
Per gli sciamani turchi e altaici, l’albero del mondo non era solo un concetto cosmologico astratto: era un percorso. I testi che descrivono le cerimonie sciamaniche altaiche — raccolti da etnologi come Radloff e Anokhin nel XIX e XX secolo — mostrano lo sciamano che ascende l’albero cosmico durante il viaggio verso il cielo, fermandosi a ogni piano per interagire con le potenze che vi abitavano.
Gli Spiriti e le Forze Cosmiche
Tra i tre grandi livelli del cosmo si distribuivano potenze divine e spirituali di natura diversa, ciascuna con la propria funzione nell’equilibrio generale.
Umay — la dea della fertilità e della maternità di cui l’articolo dedicato descrive in dettaglio il culto — occupava nella cosmologia una posizione di mediazione: era figlia del cielo ma la sua azione si svolgeva principalmente sul piano di mezzo, proteggendo le nascite e garantendo la continuità della vita che il cosmo richiedeva. La sua connessione con l’aria e con la luce la collocava nel campo simbolico di Tengri; la sua funzione concreta la radicava nella vita terrestre delle comunità.
Ülgen — figlio di Tengri nelle tradizioni altaiche — presiedeva agli spiriti benevoli del piano superiore ed era l’interlocutore preferito degli sciamani nei loro viaggi verso l’alto. Il suo articolo dedicato svilupperà in dettaglio la sua posizione nel pantheon. Nella cosmologia, la sua funzione era quella di mediare tra la potenza assoluta di Tengri e le richieste degli esseri umani sul piano di mezzo.
Gli spiriti degli antenati occupavano uno spazio peculiare tra il piano di mezzo e quello inferiore. I morti entravano nel Tamag, ma il loro legame con i discendenti sul piano di mezzo rimaneva attivo attraverso i rituali commemorativi. Onorare gli antenati era un atto cosmologico prima che etico: manteneva aperto il canale tra i vivi e i morti, garantendo che i primi ricevessero la protezione dei secondi senza che i confini tra i piani si intorbidissero pericolosamente.
Le Fonti Storiche
La ricostruzione della cosmologia turca arcaica dipende da fonti eterogenee che riflettono momenti storici diversi e tradizioni regionali spesso divergenti.
Le iscrizioni dell’Orkhon, erette dai Göktürk nel VIII secolo nella Mongolia attuale, forniscono le attestazioni più antiche in lingua turca delle concezioni cosmologiche fondamentali — il ruolo di Tengri, il concetto di Kut, la relazione tra il piano celeste e la legittimità politica. Sono testi politici oltre che religiosi, e questa commistione era parte integrante della visione del mondo turca.
Le cronache cinesi delle dinastie Han, Wei e Tang fornivano osservazioni etnografiche esterne sui popoli nomadi della steppa, incluse le loro credenze cosmologiche. Mahmud al-Kashgari, studioso turco dell’XI secolo autore del Diwan Lughat al-Turk — un dizionario enciclopedico delle lingue turche — conservava informazioni preziose sulle credenze e le pratiche dei popoli turchi del suo tempo. Rashid al-Din nel XIV secolo raccoglieva tradizioni storiografiche che includevano elementi cosmologici delle culture turco-mongole.
Le fonti etnografiche raccolte a partire dal XIX secolo da studiosi come Radloff, Anokhin e, nel XX secolo, da una generazione di etnologi sovietici e occidentali, documentavano tradizioni orali che in molte aree della Siberia e dell’Asia centrale si erano mantenute vitali nonostante secoli di contatto con le grandi religioni scritte.
La Cosmologia Turca Oggi
L’interesse accademico per la cosmologia turca è cresciuto significativamente dagli anni Novanta in poi, con l’apertura delle repubbliche turcofone dell’Asia centrale e il revival culturale che ha accompagnato la fine del periodo sovietico.
In Mongolia e in diverse regioni dell’Asia centrale, il tengrismo contemporaneo ha recuperato numerosi elementi della cosmologia tradizionale, affiancandoli a pratiche sciamaniche rimaste vive soprattutto nelle comunità rurali. Le cerimonie dedicate a Tengri, il rispetto per gli spiriti della natura e la visione tripartita dell’universo continuano a essere studiati e tramandati come parte del patrimonio culturale delle popolazioni turco-mongole.
Negli ultimi decenni, la ricerca accademica ha approfondito il confronto tra la cosmologia turca e quelle di altri popoli dell’Eurasia, come le tradizioni siberiane, mongole e fino-ugriche. L’albero del mondo, i diversi livelli del cosmo e il ruolo dello sciamano rappresentano alcuni dei temi ricorrenti che testimoniano secoli di contatti culturali e di scambi nelle regioni della steppa.
Comprendere la cosmologia turca significa leggere la sua mitologia come un sistema coerente. Tengri occupa il vertice dell’universo, Erlik governa il Tamag, Umay protegge la continuità della vita e figure come Asena ed Ergenekon trovano il proprio significato all’interno dello stesso ordine cosmico. Ogni racconto, ogni divinità e ogni simbolo acquistano pieno significato solo quando vengono osservati come parte di questa visione del mondo.
La cosmologia costituiva la cornice entro cui i popoli turchi interpretavano il rapporto tra il cielo, la terra e il mondo sotterraneo. I miti, i rituali e le grandi leggende ne rappresentavano l’espressione narrativa, conservando attraverso i secoli una concezione dell’universo che ancora oggi aiuta a comprendere la ricchezza della mitologia turca.
