Hundun: il caos primordiale prima del cielo e della terra
Prova a immaginare un momento prima che esista il sopra.
Non il sopra lontano, né quello alto, quello che si raggiunge con una scala o con il volo. Pensa piuttosto al momento che precede la nascita stessa della distinzione tra sopra e sotto, quando perfino l’idea di direzione è ancora priva di significato e nessuna gravità indica alle cose dove cadere. In quello stato, la parola sopra resta senza oggetto: manca ancora una prospettiva da cui possa essere misurata.
Ora immagina lo stesso per la luce e il buio. Non l’oscurità o il nero, ma uno stato precedente alla loro separazione. Un tempo in cui sarebbe impossibile dire «è luminoso» oppure «è scuro», perché entrambe le parole appartengono a un mondo in cui la distinzione esiste già. Prima c’è soltanto l’unità indistinta, dove nessuna cosa è ancora passata da una parte o dall’altra.
Poi fai lo stesso per il caldo e il freddo. Per il vicino e il lontano. Per il prima e il dopo.
Quello che rimane — se “rimane” è la parola giusta per qualcosa a cui mancano tutti gli strumenti per essere descritto — è Hundun.
Cosa non era, e perché conta
Il problema con la parola “caos” è che porta con sé un’immagine sbagliata. Il caos, nell’immaginario occidentale — dal Kaos greco che precede la Teogonia di Esiodo all’abisso della Genesi ebraica — tende a essere rumore, disordine, conflitto di forze che si scontrano senza direzione. È qualcosa che ha elementi, che ha parti, che ha energie in collisione. È complicato invece che semplice.
Hundun appartiene a uno stato anteriore a ogni distinzione. In quello spazio originario categorie separate devono ancora emergere: ordine e disordine, suono e silenzio, forma e confusione esistono ancora come un’unica realtà indistinta. La tradizione cinese immagina questa condizione come una totalità indivisa, un mondo che precede ogni direzione e ogni separazione.
La differenza rispetto all’idea occidentale di caos è filosoficamente enorme. Il caos greco rappresenta un principio destinato a diventare cosmo attraverso l’azione ordinatrice della divinità. Hundun, invece, è la matrice da cui tutto emerge spontaneamente. Il mondo prende forma dall’interno, senza interventi esterni, perché ogni possibilità è già contenuta nel suo stato originario. È una pienezza primordiale, precedente perfino alla distinzione tra completo e incompleto.
Anche la parola cinese conserva questa idea. Húndùn è composta da due caratteri che, nei dizionari tradizionali, evocano qualcosa di vorticoso, avvolto su se stesso, privo di contorni; suggeriscono però anche l’idea di una realtà colma, che racchiude tutto in sé. Più che un vuoto, Hundun è una pienezza ancora indivisa. L’intera potenzialità del cosmo riposa lì, raccolta in una condizione che precede la nascita dello spazio, delle dimensioni e di ogni differenza.
Tradurre Hundun come “caos” è come tradurre il silenzio come “assenza di rumore” — tecnicamente corretto in senso negativo, ma profondamente fuorviante perché lascia fuori tutto ciò che il silenzio è positivamente.

Hundun e la nascita del cosmo
La mitologia cinese descrive l’origine del cosmo come un processo di differenziazione, più che come una creazione dal nulla. All’inizio esiste una totalità indistinta che, a un certo punto, comincia a separarsi nelle sue componenti.
Hundun era l’uovo cosmico: l’immagine con cui la tradizione riesce a esprimere qualcosa che sfugge a qualsiasi descrizione diretta. Un uovo contiene già tutto ciò che diventerà; il pulcino emerge dall’interno seguendo un processo di maturazione, mentre il guscio custodisce quella trasformazione fino al momento in cui può compiersi. Quando l’uovo si apre, il mondo si rivela.
Pangu riposava dentro Hundun. Più che un abitante racchiuso in un contenitore, era la differenziazione futura ancora immersa nella totalità originaria. Esisteva già, ma come parte inseparabile di quell’unità. Quando si risvegliò, dopo diciottomila anni di sonno cosmico, il suo movimento diede origine alla prima grande separazione: le parti leggere salirono formando il Cielo, quelle più dense discesero formando la Terra, mentre Pangu rimase tra entrambe per mantenerle distinte.
Da quella separazione nacquero anche yin e yang come polarità riconoscibili. Fino a quel momento esistevano come possibilità racchiuse in Hundun, indistinguibili l’una dall’altra, proprio come il sopra e il sotto prima della nascita della gravità. La Terra, densa e ricettiva, era ancora parte di un’unità indivisa; il Cielo, leggero e luminoso, rappresentava una tendenza ancora priva di una forma autonoma.
È questo uno degli aspetti che rende la cosmogonia cinese così originale. Anche la dualità appartiene a una fase successiva dell’origine del cosmo. Yin e yang, destinati a diventare i principi fondamentali della filosofia e della cosmologia cinese, all’inizio esistevano soltanto come potenzialità custodite dentro Hundun. La loro distinzione segnò uno dei primi grandi passaggi della creazione del mondo.
Il primo atto fu Hundun che si apriva.
Il Tao e il nome che non si può dire
La filosofia taoista sviluppata da Laozi nel Tao Te Ching — un testo che la tradizione colloca tra il VI e il V secolo a.C., pur conservando strati molto più antichi — si apre con una frase che ha il tono di una confessione: «Il Tao che può essere detto non è il Tao eterno.»
È una delle affermazioni più dense dell’intera filosofia cinese e racchiude il cuore stesso di Hundun. Il Tao — il principio ordinatore dell’universo, la forza che attraversa ogni cosa, il movimento senza forma da cui ogni forma prende origine — sfugge al linguaggio ordinario, perché il linguaggio vive di distinzioni: questo e quello, qui e lì, prima e dopo, soggetto e oggetto. Ogni parola appartiene già al mondo della separazione, al mondo di yin e yang, al mondo emerso dopo Hundun.
Il Tao precede la nascita delle parole. Hundun ne rappresenta uno dei volti più profondi: la condizione originaria da cui ogni manifestazione prende avvio. Per evocare questo stato, i taoisti ricorrevano all’immagine del pǔ, il legno grezzo. Il tronco ancora intatto conserva tutte le forme che potrebbe assumere senza identificarsi con nessuna di esse.
Zhuangzi — il grande filosofo taoista del IV-III secolo a.C., forse il più radicale e affascinante dell’intera tradizione — guardava a Hundun soprattutto come a un modo di abitare l’esistenza. Nei suoi testi, la saggezza appartiene a chi conserva qualcosa dell’indifferenziato: il cuoco che segue le venature naturali della carne, il falegname che dorme senza sogni e si risveglia senza progetti, il saggio che asseconda il corso delle cose invece di piegarlo alla propria volontà.
Questa qualità — il wu wei, l’agire spontaneo, l’azione che scorre senza sforzo — rappresentava per Zhuangzi il modo più vicino di avvicinarsi a Hundun nella vita quotidiana. Non attraverso un impossibile ritorno all’indifferenziato, ma coltivando la consapevolezza che le categorie con cui organizziamo l’esperienza — utile e inutile, bello e brutto, vita e morte — appartengono alla nostra mente. La realtà, a un livello più profondo, precede tutte queste divisioni.
Il mito del sovrano senza volto
Nel Zhuangzi c’è una storia breve — pochissime righe — che è forse la più acuta esplorazione della natura di Hundun che la tradizione cinese abbia prodotto. Il testo la racconta con quella levità apparente delle storie di Zhuangzi che nasconde profondità enormi.
Il sovrano del Mare del Sud si chiamava Shū — “frettoloso”, o “rapido”. Il sovrano del Mare del Nord si chiamava Hū — “improvviso”, e il sovrano del centro si chiamava Hundun.
Shū e Hū si incontravano spesso nella terra di Hundun, e Hundun li accoglieva con grande gentilezza. I due sovrani del nord e del sud volevano ripagargli la cortesia, e si consultarono: “Tutti gli esseri hanno sette aperture per vedere, sentire, mangiare e respirare. Hundun solo non ne ha nessuna. Proviamo a dargliele.” Ogni giorno perforarono una delle sette aperture. Al settimo giorno, Hundun morì.
La storia va letta lentamente per capire cosa sta dicendo.

Hundun era privo di occhi, orecchie, bocca e naso. Eppure il testo lo presenta come un sovrano ospitale, perfettamente compiuto nella propria condizione, già completo di tutto ciò che gli occorre per esistere. Le sette aperture che Shū e Hū decisero di praticargli, pensando di ricambiare la sua gentilezza, finirono per violare quella pienezza originaria. Ogni apertura introduce infatti una distinzione: tra interno ed esterno, tra sé e il mondo. Gli occhi separano il visibile dall’invisibile. Le orecchie distinguono il suono dal silenzio. La bocca crea un confine tra il corpo e ciò che lo alimenta.
Prima delle sette aperture, Hundun coincideva con la totalità. Interno ed esterno formavano una continuità, così come il sé e l’ambiente. Era la stessa condizione che caratterizza l’Hundun cosmogonico: lo stato originario che precede le categorie, le separazioni e le distinzioni da cui nasceranno il linguaggio e il pensiero.
Il gesto di Shū e Hū nasceva dalla gratitudine, ma trasformò Hundun secondo la misura della loro stessa esistenza. Cercarono di renderlo simile a loro, senza accorgersi che quella forma di vita apparteneva a un ordine completamente diverso. Gli offrirono ciò che per gli esseri umani rappresenta la civiltà, e proprio quel dono ne provocò la fine.
Qui l’ironia di Zhuangzi raggiunge uno dei suoi punti più alti. Le facoltà che rendono possibile l’esperienza umana — la vista, l’udito, il gusto, la capacità di distinguere il mondo — coincidono anche con ciò che ci separa dalla pienezza originaria incarnata da Hundun.
Se Hundun rappresenta il caos indistinto che precede ogni separazione, Huangdi, l’imperatore giallo simboleggia il momento in cui il mondo viene organizzato attraverso confini, direzioni e relazioni stabili.
Yin, yang e la successione delle separazioni
Il modo in cui il pensiero cinese ha strutturato la successione delle fasi cosmogoniche dice qualcosa di importante su come concepiva la realtà.
Prima c’era Hundun — l’indifferenziato, la totalità senza parti. Poi venne la prima separazione: Cielo e Terra, yang e yin come principi distinti. Poi dalla combinazione di yin e yang emersero i quattro fenomeni fondamentali — le stagioni, le direzioni, gli stati fondamentali della materia. E poi dai quattro i mille diecimila fenomeni del mondo manifesto — le montagne e i fiumi, le piante e gli animali, gli esseri umani e le stelle.
Ogni livello di questa gerarchia è più complesso, più differenziato, più “lontano” da Hundun del livello precedente. E ogni livello porta in sé tutti i livelli precedenti, come gli strati geologici portano in sé tutti gli strati che li hanno preceduti: sotto la molteplicità dei diecimila fenomeni c’è ancora la dualità di yin e yang; sotto la dualità c’è ancora la totalità di Hundun.
Questo è un punto che la filosofia taoista ha sempre tenuto presente e che il pensiero più razionalista e categorizzante della tradizione confuciana tendeva a dimenticare: la realtà come la sperimentiamo — distinta, categorizzata, ordinata in classi e relazioni — non è la struttura profonda della realtà. È la struttura della nostra relazione con la realtà, il sistema di mappe che la mente umana ha costruito sopra qualcosa di più fluido e di meno categorizzabile.
Lo yin e lo yang — che in quasi tutto il pensiero cinese successivo, dalla medicina alla cosmologia all’estetica, sono usati come il livello più fondamentale della descrizione — erano già per i taoisti più profondi una semplificazione. La distinzione tra yin e yang è già post-Hundun, già una rappresentazione di qualcosa che prima di quella distinzione era intero.
L’influenza di Hundun sulla cultura cinese
La categoria di Hundun non rimase confinata alla cosmogonia e alla filosofia taoista. Finì per attraversare molti aspetti della cultura cinese, spesso senza essere nominata esplicitamente ma riconoscibile nella logica che quelle pratiche continuavano a esprimere.
Le arti marziali interne — taijiquan, baguazhang, xingyiquan — si fondano su un principio profondamente legato al pensiero di Hundun. Il praticante coltiva uno stato in cui attacco e difesa, movimento e quiete, sé e avversario appartengono allo stesso flusso, permettendo una risposta spontanea a ciò che accade. Prima della tecnica viene la qualità dello stato interiore: una condizione che i maestri descrivono come assenza d’intenzione, una mente libera da schemi prefissati e per questo capace di adattarsi a qualsiasi forma.
Anche la meditazione taoista — soprattutto nelle pratiche dello zuowang (“sedersi nell’oblio”) e del neidan, l’alchimia interna — conduce verso una condizione che richiama Hundun. Il praticante dissolve progressivamente il confine tra interno ed esterno, tra soggetto e oggetto, fino a percepire una continuità più profonda con ciò che lo circonda. Hundun rimane l’origine irraggiungibile, ma la sua qualità può essere intuita. L’esperienza ricorda allora che le distinzioni con cui organizziamo il mondo sono costruzioni della mente, adagiate sopra una realtà più continua.
Anche il feng shui, nella sua dimensione più filosofica, legge il paesaggio come un campo di forze in continuo movimento. Le “vene del drago” che attraversano il territorio non sono linee geometriche, ma correnti di qi che scorrono seguendo una logica più vicina a quella dei fiumi che a quella delle strade. Lavorare in armonia con queste correnti, invece di contrastarle, significa conservare la memoria di Hundun dentro il paesaggio abitato.
Lo stesso vale per l’estetica del vuoto nella pittura classica cinese. Quegli ampi spazi bianchi, che molti osservatori occidentali interpretavano come parti incompiute, rappresentano invece una presenza attiva: lo spazio di Hundun all’interno del dipinto. Il bianco custodisce ciò da cui ogni forma emerge. Il pittore che lascia metà del foglio intatta non risparmia inchiostro: ricorda che montagne, bambù e figure umane affiorano da un fondo più antico di loro, una sorgente che precede ogni forma.
Come si raffigurava ciò che non ha forma
Rappresentare visivamente Hundun è un problema — come potrebbe essere altrimenti? Un essere privo di aperture, di contorni, di distinzioni interne e di caratteristiche che lo separino da ciò che lo circonda sfugge a ogni rappresentazione nel senso ordinario del termine.
La tradizione iconografica cinese ha sviluppato diverse strategie per affrontare questo problema. Una era l’immagine dell’uovo cosmico: una forma chiusa su se stessa, opaca, che custodisce un interno ancora invisibile, la figura perfetta di una realtà fatta di sola potenzialità. Un’altra era la spirale turbinosa — un movimento privo di centro fisso e di direzione privilegiata, che ruota incessantemente su se stesso senza tendere verso una meta.
Alcune rappresentazioni mostrano Hundun come una figura umana priva di lineamenti: un essere nella sua forma essenziale, libero da ogni caratteristica particolare, oltre l’età e il genere, con un volto ancora intatto, privo di occhi, bocca e di quei dettagli che rendono un’identità riconoscibile. Questa assenza di tratti esprime completezza, la condizione del non ancora determinato, una forma capace di diventare qualsiasi cosa proprio perché deve ancora fissarsi in una forma definitiva.
La connessione con il mito di Zhuangzi — Hundun prima delle sette aperture — emerge con chiarezza in queste immagini: quella figura priva di lineamenti non rappresenta una menomazione, ma uno stato pre-differenziato, una presenza che conserva nel mondo manifesto la qualità originaria di Hundun.

Hundun e il caos primordiale occidentale cinese
La tradizione mitica occidentale conosce bene il caos, e ne parla con una qualità molto diversa.
Il Kaos di Esiodo — il primo stato dell’universo da cui nascono Gaia, Notte, Erebo ed Eros — è una voragine, un’apertura, un abisso che contiene in sé la potenzialità della nascita ma possiede già la qualità dell’apertura, del vuoto, della distanza. Non è pieno: è uno spazio in attesa di essere colmato. È già orientato verso ciò che genererà, e proprio questa direzione gli conferisce una prima forma, per quanto ancora indistinta.
Il Tohu Wabohu ebraico della Genesi — «la terra era informe e vuota» — è diverso ancora: descrive uno stato successivo all’inizio della creazione (il cielo e la terra esistono già, anche se in forma grezza) ma precedente al suo compimento. È una fase di passaggio, più che l’origine assoluta: il momento sospeso tra il nulla e il mondo compiuto.
Il chaos medievale e rinascimentale europeo viene spesso immaginato come un miscuglio: gli elementi esistono già, ma restano confusi in una materia primordiale che la creazione divina organizzerà in forme distinte. La molteplicità è già presente: esistono gli elementi, la materia e la possibilità della separazione. Il compito del creatore consiste nel distinguere e ordinare ciò che è ancora indistinto.
Hundun è più radicale di tutte queste immagini: gli elementi devono ancora emergere, e perfino la loro possibilità resta indistinguibile. Non è un miscuglio, perché un miscuglio presuppone già l’esistenza di ciò che viene mescolato. È la condizione che precede l’apparire stesso delle cose.
Da questa differenza nasce anche una diversa idea di saggezza. Se il cosmo prende forma imponendo ordine a un caos preesistente, allora la conoscenza coincide con la distinzione: classificare, separare, definire significa comprendere. Se invece il cosmo emerge dalla differenziazione di Hundun, ogni distinzione rappresenta anche una rinuncia. Le categorie create dal pensiero rimangono strumenti preziosi, ma non coincidono con la realtà: sono mappe di un mondo che, prima di ogni mappa, possedeva un’unità originaria che nessuna classificazione potrà restituire.
La nebbia associata a Chiyou richiama la stessa logica di indistinzione rappresentata da Hundun: uno spazio in cui le direzioni e le differenze cessano di essere riconoscibili.
Ricordare l’inizio
Il mondo contemporaneo ha una paura specifica dell’indifferenziato.
La nostra cultura valorizza la distinzione, la categorizzazione, la specializzazione: il sapere è parcellizzato in discipline che raramente dialogano tra loro, i confini tra le cose diventano sempre più precisi, la nostra identità si costruisce attraverso le differenze — ciò che siamo, i luoghi a cui apparteniamo, il modo in cui ci riconosciamo rispetto agli altri. Ogni ambiguità che riusciamo a sciogliere produce una chiarezza che percepiamo come progresso.
Hundun è l’obiezione cosmologica a questo modo di stare nel mondo. Non rifiuta la distinzione: ricorda semplicemente che la distinzione appartiene a un momento successivo. Prima delle categorie esisteva qualcosa. Prima del linguaggio esisteva qualcosa. Prima del sé come entità distinta dal mondo esisteva qualcosa. Quel qualcosa era Hundun — o meglio, era ciò che la tradizione ha chiamato Hundun nel momento in cui l’indifferenziato cominciava a prendere forma.
I saggi taoisti celebrati da Zhuangzi vivevano nel mondo manifesto come tutti gli altri: parlavano, mangiavano, dormivano, morivano. La loro particolarità stava nell’aver conservato qualcosa della qualità di Hundun nel rapporto con il mondo. Usavano le distinzioni senza trasformarle in assoluti, riconoscevano la differenza tra la mappa e il territorio e continuavano a percepire, sotto l’ordine apparente delle cose, un flusso più profondo e meno classificabile.
La mitologia cinese — con Pangu che emerge da Hundun, con Nüwa che modella gli esseri umani dal fango del Fiume Giallo, con Fuxi che legge gli schemi del cosmo sul guscio di una tartaruga — racconta la storia di una progressiva differenziazione: il mondo prende forma dall’indifferenziato, l’ordine emerge dal pre-ordine, la civiltà nasce dalla natura. Sullo sfondo di tutti questi racconti rimane però la memoria di Hundun: la memoria di ciò che precedeva ogni separazione.
Forse la saggezza non consiste soltanto nell’ordinare il mondo. Forse consiste anche nel ricordare ciò che precede l’ordine, riconoscendo che ogni distinzione, per quanto utile, illumina soltanto una parte della realtà.
Hundun è ancora lì, sotto ogni cosa che il cosmo ha prodotto. Più antico del vuoto, più profondo dell’assenza, più originario di ogni mancanza. Come il silenzio che precede il suono e continua ad abitarlo, come il bianco della carta che precede il carattere e continua a sostenerlo, come il respiro che precede la parola e continua a viverle dentro.
Il tutto indiviso che era prima del Cielo e della Terra.
