Gli animali che osservano gli esseri umani

La Volpe e il Lupo nella Mitologia Giapponese: presenze al confine del mondo visibile

Nelle foreste di cedro sulle pendici dei monti del Giappone centrale, quando la luce del giorno si ritira e la nebbia comincia a salire dai fondovalle, succede qualcosa all’atmosfera del bosco che è difficile descrivere senza ricorrere a parole che sembrano eccessive. Il silenzio diventa denso in modo diverso dal silenzio del mezzogiorno. I suoni si spostano — il crepitio dei rami, il fruscio delle foglie, il movimento di qualcosa che non si riesce a localizzare con precisione. La distanza tra gli alberi sembra cambiare. Il bosco che si stava attraversando normalmente comincia a sembrare meno trasparente.

Non è paura nel senso ordinario. È qualcosa di più sottile — la sensazione che lo spazio che si abita non sia completamente vuoto di attenzione. Che ci sia qualcosa, in quel bosco, che osserva.

La mitologia giapponese ha dato nomi e forme a questa sensazione. Due in particolare — due presenze animali che la tradizione ha riconosciuto come abbitrici del confine tra il mondo visibile e quello che gli esseri umani non riescono a vedere completamente. La volpe e il lupo. Non come semplici animali, ma come presenze del paesaggio, e che la civiltà che in quel paesaggio ha vissuto ha imparato a riconoscere come qualcosa di distinto dal comportamento animale ordinario.

Gli animali che osservano gli esseri umani

C’è una struttura ricorrente nelle storie di incontri tra esseri umani e animali nelle tradizioni giapponesi: l’animale sa qualcosa che l’uomo non sa. Non nel senso di un sapere tecnico o pratico — nel senso di una percezione diversa del paesaggio, un accesso a dimensioni della realtà che la vita umana, nella sua organizzazione ordinaria, ha parzialmente escluso.

Questa non è una caratteristica esclusiva degli animali “mitologici” nel senso di creature straordinarie. È una qualità che la tradizione ha riconosciuto in certi animali comuni — la volpe, il cervo, il serpente, il lupo — in base a comportamenti che il paesaggio produceva in modo ricorrente e che l’esperienza umana aveva imparato a leggere come significativi. Un cervo che appare all’alba in un posto in cui nessun cervo era mai apparso prima. Una volpe che torna ogni sera nello stesso punto, senza ragione apparente, per settimane. Un lupo che urla nella stessa direzione per tre notti di fila.

I kami della tradizione shintoista possono manifestarsi attraverso gli animali — usarli come veicoli, come messaggeri, come forma temporanea. Non ogni animale era percepito allo stesso modo. La tradizione giapponese ha costruito uno spazio di ambiguità tra l’animale ordinario e la presenza straordinaria — uno spazio in cui certi comportamenti animali vengono percepiti come il segno che qualcosa di più grande sta usando quella forma per comunicare qualcosa che la forma umana non riesce a comunicare.

Le creature e presenze della mitologia giapponese non sono tutte ugualmente remote dall’esperienza ordinaria. Alcune le si incontra nelle storie, nei miti, nei testi antichi. Altre si incontrano nei boschi, all’alba, nella nebbia — in quella zona grigia in cui il comportamento animale normale e il comportamento animale straordinario non si distinguono immediatamente.

kitsune contro okami

La volpe kitsune e l’intelligenza della trasformazione

La volpe kitsune della tradizione giapponese non è la volpe del bosco nel senso in cui si intende ordinariamente. È la volpe che ha vissuto abbastanza a lungo da diventare qualcosa di diverso — un essere che ha accumulato anni ed esperienza fino al punto in cui la distinzione tra la sua forma animale e le forme che può assumere diventa fluida, parzialmente controllabile, capace di ingannare anche chi sa già che le volpi ingannano.

Con il passare degli anni — si parla di decenni, a volte di secoli — la volpe sviluppa code aggiuntive. Ogni coda è un livello di capacità, una complessità maggiore nella propria relazione con il mondo invisibile. Le kitsune più anziane, quelle con nove code, sono indistinguibili dagli esseri umani quando non vogliono essere riconosciute. Possono assumere la forma di donne, di monaci, di funzionari imperiali. Possono spostarsi nel mondo umano con la familiarità di chi lo conosce dall’interno — perché lo ha osservato abbastanza a lungo da capirne le strutture, le vulnerabilità, i punti in cui l’attenzione si abbassa.

Questa capacità di trasformazione non è neutrale. Non è la forma che prende la benevolenza nei confronti degli esseri umani — è la forma che prende un’intelligenza che opera con la propria logica, che ha i propri scopi, che non ha obblighi verso chi incontra a meno che non abbia già stabilito un legame. Le storie di kitsune che ingannano i mercanti, che si sposano con gli uomini e poi spariscono rivelando la propria vera natura, che affascinano e poi abbandonano — queste storie non sono soltanto avvertimenti. Sono la descrizione di un tipo di intelligenza che il mondo visibile non riesce a contenere completamente dentro le proprie categorie.

La connessione tra la kitsune e Inari — il kami della prosperità e del riso — introduce una distinzione importante. Non tutte le volpi operano per proprio conto. Le kitsune associate a Inari sono messaggere, intermediari tra il mondo delle forze divine e il mondo degli esseri umani. Nei santuari di Inari, le statue di volpe siedono ai lati del cammino con la stessa funzione dei guardiani delle soglie — presenze che indicano che quel luogo è diverso dal territorio ordinario, che lì la qualità dell’attenzione deve cambiare. La volpe non è sempre ambigua nel senso dell’inganno. A volte è il veicolo attraverso cui qualcosa di più grande comunica con qualcosa di più piccolo.

Ma anche in questa versione benevola, la volpe mantiene la propria qualità fondamentale: è un essere che si muove tra i mondi senza appartenervi completamente. Non è umana, anche quando assume forma umana. Non è semplicemente animale, anche quando si muove nel bosco. Abita il confine — quella zona in cui le categorie che il mondo visibile usa per organizzarsi smettono di applicarsi con la stessa nettezza.

Gli yokai della tradizione giapponese occupano spesso questa stessa zona — anomalie che perturbano la realtà ordinaria senza necessariamente romperla. La kitsune condivide con loro quella qualità liminale, quel modo di essere presente che rende impossibile la certezza. Ma la kitsune è qualcosa di più antico, di più radicato nel paesaggio fisico del Giappone, di più intrecciato con le strutture del potere e della devozione che la cultura ha costruito nel corso dei secoli.

Il lupo dei monti giapponesi

Il lupo giapponese — Canis lupus hodophilax — era più piccolo del lupo continentale, con un corpo adattato ai boschi di montagna densi e ai pendii ripidi che caratterizzano la maggior parte del territorio giapponese. Viveva sulle montagne di Honshū, Shikoku e Kyūshū. Non era un predatore degli spazi aperti — era una presenza dei boschi alti, degli altipiani nebbiosi, dei crinali da cui si vedeva tutto e in cui raramente si vedeva qualcuno.

Nella tradizione delle comunità che vivevano ai piedi di queste montagne, il lupo — Ōkami — aveva una qualità diversa da quella del predatore pericoloso che la cultura europea ha costruito intorno ai lupi dei suoi boschi. Era protettore. Nelle storie delle comunità dei monti centrali, il lupo proteggeva i campi dai cervi e dai cinghiali che li devastavano — era il guardiano della frontiera tra il territorio coltivato e il bosco selvatico, la presenza che teneva in equilibrio il confine tra il mondo umano e il mondo della natura che lo circondava.

I santuari di Mitsumine, nelle montagne della prefettura di Saitama, venivano visitati da chi cercava protezione dai danni animali nei campi, da chi intraprendeva viaggi in montagna, da chi aveva bisogno di qualcosa che nessuna forza umana poteva garantire. Il lupo non era la divinità di quei santuari nel senso teologico — era il messaggero del kami, la forma che la protezione della montagna assumeva nel mondo visibile. Come le volpi sono i messaggeri di Inari, i lupi erano i messaggeri dei kami della montagna — presenze che abitavano il territorio sacro e che la tradizione aveva riconosciuto come intermediari tra le forze del bosco e le comunità che vivevano al suo bordo.

Il Monte Fuji — la montagna più alta e più sacra del Giappone — non è l’unica montagna che la tradizione shintoista ha riconosciuto come luogo di concentrazione numinosa. Ogni catena montuosa aveva i propri punti di massima densità, i propri santuari ai crocevia dei sentieri, i propri luoghi in cui la presenza del sacro era abbastanza forte da richiedere attenzione. Il lupo abitava queste montagne non solo come animale — abitava la qualità di quel paesaggio specifico, il senso che chi saliva verso quella quota stava entrando in un territorio che non apparteneva completamente al mondo degli esseri umani.

lupo e volve animali mitologici

La scomparsa del lupo

Il lupo giapponese è stato visto per l’ultima volta nel 1905, sulla montagna Wazuka nella prefettura di Nara. Non è un avvistamento certo — la certezza non è possibile per una specie a quel punto già ridotta a pochissimi individui, già compressa in aree sempre più isolate dalle foreste che la modernizzazione stava trasformando. La data è convenzionale, il modo in cui sono convenzionali le date di termine per le cose che finiscono gradualmente piuttosto che in un momento preciso.

La scomparsa del lupo giapponese non è avvenuta in un singolo evento. È avvenuta attraverso decenni di deforestazione progressiva, di caccia, di veleni usati contro i predatori che minacciavano il bestiame introdotto dalle riforme Meiji — il bestiame che sostituiva le relazioni di lavoro tradizionali tra gli esseri umani e i cavalli e i buoi che avevano sempre abitato quei territori. Il lupo era pericoloso per le mandrie — e il Giappone che stava modernizzandosi non aveva più lo stesso sistema di valori che aveva permesso ai lupi e alle comunità montane di trovare un equilibrio, fragile ma duraturo, per secoli.

Non si tratta di nostalgia nel senso romantico — l’equilibrio non era idilliaco, e le storie di lupi che attaccavano esseri umani esistono accanto alle storie di lupi protettori, perché il bosco e i suoi abitanti non hanno mai promesso niente. Ma con la scomparsa del lupo, qualcosa nel paesaggio ha perso una qualità che non era sostituibile. Non solo ecologicamente — nel senso della gestione degli ungulati, che senza predatori naturali hanno espanso le loro popolazioni fino a danneggiare le foreste in modi che ancora si misurano. Ma nel senso dell’attenzione che la presenza del lupo produceva in chi si muoveva nel territorio montano.

Camminare in un bosco che contiene un lupo è diverso dal camminare in un bosco che non ne contiene. Non nel senso del pericolo immediato — i lupi raramente si avvicinano agli essere umani in movimento nei loro percorsi abituali. Ma nel senso che la consapevolezza di una presenza capace, intelligente, territoriale, che ha i propri scopi in quel bosco, cambia la qualità dell’attenzione con cui ci si muove. Si diventa più accorti. Si ascolta di più.E si guarda negli spazi tra gli alberi invece di guardare solo il sentiero davanti.

Quella qualità di attenzione — prodotta dalla presenza di un essere più grande della nostra comprensione ordinaria del bosco — è scomparsa con il lupo.

Foreste, sentieri e presenze invisibili

Le storie di yurei — i fantasmi che non riescono a lasciare il mondo dei vivi — parlano di emozioni incompiute, di morti che non hanno trovato la propria conclusione, di legami così forti da persistere oltre il termine che la morte avrebbe dovuto imporre. La qualità di queste storie è umana — parlano di amore, di tradimento, di vergogna, di vendetta.

Le storie della volpe e del lupo parlano di qualcosa di diverso. Non di emozioni incompiute ma di intelligenze che hanno il proprio rapporto con il mondo senza che quel rapporto riguardi necessariamente gli esseri umani che vi si trovano a passare. La kitsune non è interessata agli umani perché li ama o li odia — è interessata a loro come lo è qualsiasi essere intelligente alle creature che abitano il suo territorio. A volte benevola, a volte indifferente, a volte capace di ingannare con la stessa naturalezza con cui il bosco inganna chi non sa leggerlo.

Il lupo non aveva bisogno di avere una relazione con gli esseri umani per essere significativo nella tradizione. Era significativo per la sua presenza stessa — per il modo in cui la sua esistenza strutturava il comportamento degli animali del bosco, e attraverso di loro il comportamento degli esseri umani che dipendevano da quegli animali. La protezione del lupo non era intenzionale nel senso di un piano deliberato a favore delle comunità umane. Era il sottoprodotto del fatto che i lupi tengono in equilibrio le popolazioni di ungulati che danneggerebbero i campi, che i lupi mantengono le proprie rotte e i propri territori in modi che coincidono con le necessità del paesaggio più ampio.

Ma la tradizione ha letto questa coincidenza non come meccanismo ecologico — l’ha letta come relazione. Come il segno che il lupo e la comunità umana ai piedi della montagna avevano un accordo tacito, non formulato, che nessuno aveva negoziato ma che entrambe le parti rispettavano perché il rispettarlo era nell’interesse di entrambe.

Quella lettura non era sbagliata nel senso dell’errore fattuale — era una forma diversa di sapere, più attenta ai pattern del comportamento e alle relazioni di lungo periodo, meno interessata ai meccanismi causali immediati. Era il sapere di chi viveva abbastanza vicino al bosco da imparare a leggerne i segnali, e abbastanza lontano dalla certezza da non poter mai essere sicuro di averli letti bene.

La volpe kitsune e l'intelligenza della trasformazione

Gli animali che non hanno mai completamente lasciato

Il lupo giapponese è estinto nel senso biologico. Ma la forma della sua presenza nella tradizione non è estinta nello stesso modo — rimane nei nomi dei sentieri di montagna, nei torii dei santuari che conservano le immagini dei lupi come messaggeri, nelle storie che le comunità più anziane dei monti centrali ancora raccontano non come mito ma come memoria.

La volpe esiste ancora, diffusa e comune, nei boschi e nelle periferie delle città giapponesi. Ma la volpe kitsune — quella che ha accumulato abbastanza anni da acquisire la fluidità tra i mondi — è una presenza di tipo diverso: non nel senso che non esiste, ma nel senso che la sua esistenza richiede una qualità di attenzione che il ritmo della vita urbana non facilita. Vederla richiede la lentezza, il silenzio, la disponibilità a essere in un posto senza avere fretta di attraversarlo.

I sentieri dei monti giapponesi sono ancora lì — gli stessi percorsi che le comunità montane usavano da secoli per raggiungere i santuari ai crinali, per raccogliere legna e funghi, per spostarsi tra le valli quando la neve non ostruiva i passi. Chi li percorre oggi lo fa spesso senza la stessa qualità di attenzione — senza sapere dove il sentiero attraversa i punti in cui la tradizione aveva imparato a riconoscere la presenza di qualcosa. Senza sapere quali tratti erano associati a incontri, a storie, a quell’atmosfera specifica che nei boschi di cedro il suono cambia con l’umidità.

Ma il bosco è ancora quello. La nebbia del mattino sale ancora dai fondovalle con la stessa qualità. I cedri antichi producono ancora il tipo di silenzio che i cedri producono — diverso dal silenzio delle conifere più giovani, più denso, più capace di restituire il suono modificato, come se lo stesse filtrando attraverso qualcosa che non è solo legno e foglie. I sentieri attraversano ancora gli stessi punti in cui la qualità del terreno cambia, in cui l’inclinazione produce un’ombra diversa, in cui il vento gira in modo che non corrisponde alla direzione da cui sembrava venire.

In quei punti, la tradizione aveva sempre detto che bisognava prestare attenzione. Non necessariamente perché ci fosse qualcosa di pericoloso — ma perché certi luoghi nel paesaggio giapponese hanno una qualità che richiede attenzione, una densità che non è riducibile alle sue componenti fisiche, una presenza che chi si muove senza fretta impara a riconoscere anche senza saperla nominare.

La volpe e il lupo erano i nomi che quella qualità aveva assunto nel tempo. Presenze riconoscibili, intelligenti, con i propri scopi, al confine tra il mondo degli esseri umani e il mondo di tutto il resto. Non amici, non nemici — presenze, nel senso pieno e irriducibile del termine.

Il bosco, all’imbrunire, ha ancora quella qualità. I nomi che le si dà possono cambiare. La qualità rimane.

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