La creazione del mondo nella mitologia: come le antiche civiltà immaginavano l’origine del cosmo
Prima che il mondo esistesse, cosa c’era? Nessuna domanda ha attraversato la storia umana con altrettanta insistenza, e nessuna ha ricevuto risposte tanto distanti tra loro quanto quelle custodite nei miti sulla creazione del mondo elaborati da civiltà separate da oceani, millenni e lingue reciprocamente incomprensibili. Questi racconti non nascono come tentativi ingenui di spiegazione scientifica destinati a essere superati dalla conoscenza moderna: funzionano piuttosto come architetture simboliche capaci di stabilire un ordine, definire un’identità collettiva e collocare l’essere umano all’interno di un cosmo che altrimenti resterebbe privo di senso.
Osservare fianco a fianco i miti della creazione prodotti da culture senza contatto reciproco documentabile permette di individuare un fenomeno più interessante della semplice somiglianza superficiale: la ricorrenza di determinati schemi narrativi fondamentali, capaci di riproporsi con variazioni continue attorno a poche domande condivise. Come nasce l’ordine dal disordine? Da cosa è fatto il mondo? Perché esiste l’umanità? Questo articolo non racconta la cosmogonia greca, quella egizia o quella cinese una dopo l’altra: segue invece l’idea stessa della creazione mentre attraversa le civiltà, mostrando come uno stesso interrogativo abbia generato risposte insieme distinte e sorprendentemente parallele.
Prima del mondo: caos, buio e oceano primordiale
La maggior parte delle tradizioni cosmogoniche condivide un punto di partenza negativo: prima della creazione non esiste struttura, forma o distinzione. Il Chaos greco descritto da Esiodo non rappresenta il disordine violento che il linguaggio moderno associa a questa parola, ma piuttosto un vuoto spalancato, un’assenza di confini da cui tutto potrà emergere. Il Nun egizio, l’oceano primordiale che precede ogni forma di esistenza organizzata, condivide con il Chaos greco questa stessa funzione di sostrato indifferenziato, pur restando un’acqua concreta piuttosto che un vuoto astratto.
Il Ginnungagap norreno, l’abisso spalancato tra il fuoco di Muspelheim e il gelo di Niflheim, introduce una variante interessante rispetto ai due esempi precedenti: qui la condizione preesistente non è vuoto puro né acqua indifferenziata, ma tensione tra opposti estremi, calore contro freddo, destinata a produrre la vita attraverso il loro incontro. Le acque primordiali della tradizione mesopotamica, personificate in Tiamat e Apsu prima ancora di assumere funzioni narrative più elaborate, seguono invece la logica egizia dell’acqua come matrice originaria, un liquido cosmico dal quale ogni cosa dovrà separarsi per acquisire identità propria.
Il confronto tra queste immagini rivela una logica condivisa più che un prestito culturale: l’assenza di forma precede sempre la forma, e questa priorità cronologica funziona come dichiarazione filosofica implicita. Se il vuoto, l’acqua o il caos vengono prima di ogni cosa, allora l’ordine che gli uomini vivono quotidianamente non rappresenta una condizione naturale scontata, ma una conquista, un’imposizione faticosa su una realtà che tenderebbe altrimenti a ricadere nell’indistinto. Questa intuizione, condivisa da culture prive di contatti reciproci documentabili, suggerisce che l’esperienza umana della fragilità dell’ordine sociale e naturale abbia generato indipendentemente la stessa risposta narrativa in contesti geografici lontanissimi.

Quando l’ordine nasce dal caos
Il passaggio dal vuoto informe alla struttura ordinata segna il momento drammatico centrale di ogni cosmogonia, il punto in cui il racconto smette di descrivere un’assenza e comincia a costruire un mondo riconoscibile. Nel pensiero greco, dal Chaos emergono Gea, Tartaro ed Eros senza che alcun atto creativo deliberato venga narrato: la separazione avviene quasi spontaneamente, come se l’ordine fosse una tendenza naturale latente all’interno dell’indistinto stesso, pronta a manifestarsi non appena le condizioni lo permettano.
L’Egitto racconta invece un processo più intenzionale: dalle acque del Nun emerge la collina primordiale, il primo punto di terra asciutta su cui il dio creatore può posare i piedi e iniziare l’opera di ordinamento del cosmo. Questa immagine della collina che sorge dalle acque non appartiene soltanto alla teologia elaborata nei templi, ma riflette con precisione l’esperienza annuale degli antichi egizi, che vedevano ogni anno la terra emergere nuovamente dalle acque del Nilo dopo l’inondazione, trasformando un’osservazione agricola concreta in principio cosmologico.
La cosmologia cinese affronta lo stesso passaggio attraverso l’immagine della separazione tra cielo e terra, un atto che nella tradizione associata a Pangu richiede la forza fisica di un essere gigantesco capace di allontanare con le proprie braccia le due metà di un uovo cosmico rimasto a lungo indistinto. Le tradizioni mesoamericane, documentate soprattutto nel Popol Vuh per quanto riguarda la creazione nel mondo maya, raccontano un processo ancora diverso: gli dèi creatori devono deliberare, tentare e correggere i propri errori prima di ottenere una terra stabile e un cielo adeguatamente sollevato sopra di essa, introducendo nel racconto cosmogonico un elemento di prova e fallimento assente nelle altre tradizioni citate.
Queste quattro soluzioni al medesimo problema, come la forma emerge dall’indistinto, rivelano quanto le civiltà abbiano proiettato nella propria cosmogonia il proprio rapporto specifico con il mondo naturale circostante: la spontaneità greca, l’intenzionalità rituale egizia, la forza fisica cinese, la deliberazione tentativa mesoamericana raccontano, più che l’origine dell’universo, il modo in cui ciascuna cultura immaginava il rapporto tra volontà, fatica e risultato.
Il mondo nato da un corpo divino
Uno degli schemi narrativi più sorprendenti per la sua diffusione geografica racconta la creazione del mondo fisico a partire dal corpo di un essere primordiale. Nella mitologia norrena, Ymir, il gigante di ghiaccio nato dall’incontro tra il caldo di Muspelheim e il gelo di Niflheim nel Ginnungagap, viene ucciso dagli dèi Odino, Vili e Vé, che utilizzano il suo corpo per costruire l’universo: la carne diventa terra, il sangue mare, le ossa montagne e il cranio la volta del cielo.
Lo stesso universo nato dal corpo di Ymir troverà poi il proprio centro in Yggdrasil, il grande albero cosmico che sostiene i nove mondi della tradizione norrena.
Una concezione sorprendentemente vicina emerge anche nella cosmologia cinese. Dopo aver separato cielo e terra con un immenso sforzo, Pangu muore e dal suo corpo prendono forma gli elementi del paesaggio, i fiumi, le montagne e, secondo alcune versioni del racconto, persino gli esseri umani. Nell’Enuma Elish, anche Tiamat diventa la materia stessa del cosmo, ma attraverso una vicenda segnata dal conflitto: Marduk la sconfigge in uno scontro destinato a ridefinire l’ordine divino e soltanto dopo utilizza il suo corpo squarciato per formare il cielo e la terra. La creazione nasce così da una vittoria politica prima ancora che cosmologica.
Anche il pensiero vedico sviluppa questa stessa intuizione attraverso il sacrificio di Purusha, l’essere cosmico il cui corpo, smembrato ritualmente dagli dèi, genera non soltanto gli elementi della natura ma anche l’ordine sociale della civiltà umana, comprese le classi che avrebbero strutturato la società indiana per secoli. In questa prospettiva il corpo primordiale non diventa soltanto il fondamento materiale del mondo, ma anche quello dell’organizzazione della vita collettiva.
La ricorrenza di questo motivo suggerisce un’intuizione condivisa sul rapporto tra vita e morte nel pensiero cosmologico antico. Nessuna creazione appare gratuita: ogni forma nasce da una perdita, ogni ordine richiede un sacrificio, ogni mondo prende forma a partire da ciò che esisteva prima di lui. In queste narrazioni la morte non rappresenta la fine della creazione, ma il suo primo atto necessario.
L’uovo cosmico e la nascita dell’universo
Accanto al corpo smembrato, un’altra immagine ricorre con sorprendente frequenza attraverso tradizioni geograficamente distanti: l’uovo cosmico, contenitore perfetto di ogni potenzialità prima che la creazione lo rompa e ne liberi il contenuto. La cosmologia cinese racconta che Pangu stesso dormisse per diciottomila anni all’interno di un uovo primordiale in cui yin e yang restavano ancora mescolati, prima di risvegliarsi e rompere il guscio con la propria forza, separando definitivamente le due forze opposte che avrebbero governato l’intero universo.
Dopo la separazione del cielo e della terra, molte versioni attribuiscono a Nuwa la creazione dell’umanità e il compito di ristabilire l’ordine cosmico quando questo viene minacciato, completando così l’opera iniziata da Pangu.
La tradizione vedica conosce l’Hiranyagarbha, l’uovo d’oro dal quale nasce Brahma stesso, immagine che condensa in una forma unica sia il principio generativo sia il primo essere capace di dare avvio al processo creativo successivo. Il pensiero orfico greco, distinto dalla cosmogonia più diffusa raccontata da Esiodo, immaginava un uovo cosmico da cui sarebbe emerso Fanes, divinità primordiale luminosa capace di dare inizio alla generazione degli altri dèi.
La forza simbolica dell’uovo risiede nella sua capacità di rappresentare simultaneamente chiusura e potenziale, quiete e imminenza. A differenza del vuoto o dell’acqua primordiale, che comunicano assenza, l’uovo comunica presenza compressa: tutto esiste già al suo interno, semplicemente non ancora manifestato. Questa differenza sottile distingue lo schema dell’uovo cosmico da quello del caos primordiale discusso in apertura, pur condividendo con esso la stessa funzione narrativa di condizione anteriore alla forma visibile del mondo.

La creazione attraverso la parola, il pensiero o il desiderio divino
Non tutte le cosmogonie richiedono violenza, smembramento o separazione fisica: talune tradizioni immaginano la creazione come atto puramente mentale o linguistico, capace di generare la realtà attraverso il semplice esercizio del pensiero o della parola divina. La teologia menfita egizia attribuisce a Ptah la capacità di creare il mondo concependolo nel proprio cuore, sede tradizionale del pensiero secondo la cultura egizia, e pronunciandolo poi con la propria lingua: il pensiero precede la parola, e la parola realizza immediatamente ciò che è stato concepito.
Nella creazione del mondo secondo la tradizione egizia, la nascita del cosmo assume forme differenti a seconda dei grandi centri religiosi, ma in ogni versione il sole di Ra, la separazione tra Geb, la terra, e Nut, il cielo, rappresenta uno dei momenti decisivi dell’ordinamento dell’universo.
Numerose tradizioni orali che parlano sulle creazioni del mondo africane, documentate con attenzione diseguale dall’etnografia coloniale e postcoloniale, attribuiscono analogamente a un essere supremo la capacità di generare il mondo attraverso il pronunciamento del proprio nome o attraverso un pensiero creativo che precede qualsiasi manifestazione materiale, un tema ricorrente nei racconti cosmogonici yoruba dedicati a Olódùmarè e alla struttura ordinata dell’universo che ne deriva. Questa centralità della parola creatrice distingue tali tradizioni da quelle fondate sulla violenza fisica o sullo smembramento corporeo, proponendo un modello alternativo in cui l’autorità divina si manifesta attraverso l’intenzione piuttosto che attraverso la forza.
Le tradizioni mesoamericane raccontano un processo distinto dai precedenti, fondato sulla deliberazione collettiva tra divinità creatrici che discutono, propongono e correggono i propri progetti prima di ottenere un risultato satisfacente, un procedimento che il Popol Vuh maya descrive con dettagli capaci di rendere il processo creativo un vero dialogo tra intelligenze divine piuttosto che un atto istantaneo di volontà solitaria. Il confronto tra questi tre modelli, il pensiero egizio che precede la parola, il nome africano che genera esistenza, la deliberazione maya che procede per tentativi, mostra come la creazione attraverso l’intenzione possa assumere forme profondamente distinte a seconda che una cultura privilegi l’autorità solitaria, la forza generativa del linguaggio o il processo collettivo di decisione.
Anche la creazione del mondo nella mitologia persiana descrive un universo ordinato secondo un preciso disegno cosmico. Ahura Mazda dà origine a una creazione perfetta destinata però a confrontarsi con l’azione distruttiva di Angra Mainyu, dando vita a una visione profondamente dualistica dell’origine del mondo.
Quando gli dèi danno forma al cosmo
Alcune cosmogonie non descrivono la creazione come un evento astratto, ma come un’opera paziente di modellazione, affidata a divinità che intervengono direttamente sulla materia per darle una forma definitiva. Izanagi e Izanami, nei racconti conservati dal Kojiki e dal Nihon Shoki, discendono dal ponte celeste e immergono una lancia nelle acque primordiali: dalle gocce che ricadono nasce la prima isola del Giappone. La creazione assume così il carattere di un gesto concreto, quasi artigianale, molto diverso dall’universo generato attraverso il pensiero o la parola.
Un’immagine analoga emerge anche nella tradizione andina. Viracocha, nella creazione del mondo inca, plasma esseri di pietra, li distrugge quando si rivelano imperfetti e dà infine origine all’umanità definitiva, trasformando la creazione in un processo fatto di tentativi, correzioni e nuove prove. Anche il Popol Vuh racconta un percorso simile: gli dèi maya non si limitano a pronunciare il mondo, ma lo costruiscono progressivamente, verificando il risultato di ogni intervento prima di procedere oltre.
La visione greca segue una strada diversa. Più che modellare direttamente la materia, racconta la progressiva organizzazione del cosmo attraverso il succedersi delle generazioni divine, da Urano e Gea fino al dominio di Zeus. L’universo prende forma man mano che ogni nuova generazione ridefinisce gli equilibri del potere, suggerendo che la stabilità del mondo dipenda soprattutto dall’ordine raggiunto tra gli dèi, più che da un singolo gesto creativo.
In molte tradizioni questo nuovo ordine cosmico trova il proprio centro simbolico in una montagna o in un albero sacro, come approfondiamo nell’articolo dedicato all’albero nella mitologia.
La creazione dell’uomo
Quasi ogni cosmogonia raggiunge, dopo aver ordinato cielo, terra e mare, un momento culminante dedicato all’origine dell’umanità. Il materiale scelto per questo atto finale rivela molto del modo in cui ogni civiltà interpreta la natura stessa dell’uomo. Il Popol Vuh racconta il fallimento dei primi tentativi di creare esseri umani con il fango e con il legno, materiali incapaci di dare vita a creature dotate di memoria e linguaggio. Solo il mais, alimento fondamentale della civiltà mesoamericana, permette finalmente la nascita dell’umanità, stabilendo un legame inscindibile tra gli uomini e la terra che li nutre.
In Mesopotamia il racconto segue una strada diversa. Secondo l’Enuma Elish e altri testi affini, gli esseri umani vengono modellati mescolando l’argilla con il sangue di un dio ribelle sconfitto, affinché possano assumersi il lavoro destinato fino a quel momento alle divinità. L’origine dell’uomo non coincide quindi con il compimento armonioso della creazione, ma con l’assegnazione di un compito preciso all’interno dell’ordine cosmico.
Anche l’Egitto e numerose tradizioni orali africane immaginano una vicinanza particolare tra il creatore e la creatura. L’uomo nasce dal soffio divino o dalle lacrime della divinità, immagini che evocano un’origine intima e quasi familiare, molto diversa sia dalla funzione servile descritta nei racconti mesopotamici sia dal profondo legame agricolo espresso dal Popol Vuh. La mitologia greca, pur conservando versioni differenti, collega spesso la nascita dell’umanità alla terra o all’intervento di Prometeo, mantenendo così un rapporto privilegiato con la materia da cui prende forma il mondo.
Il confronto tra questi racconti mostra che nessuna civiltà sceglie casualmente la materia da cui far nascere l’uomo. Il mais, l’argilla, il sangue, la terra, il soffio o le lacrime divine raccontano modi diversi di interpretare la condizione umana. Dove l’uomo nasce per servire gli dèi, il rapporto con il divino assume una struttura gerarchica; dove nasce dal nutrimento della terra, prevale l’idea di una profonda reciprocità con la natura; dove prende vita dal respiro o dalle lacrime del creatore, emerge invece un legame di prossimità che avvicina l’essere umano al mondo divino senza cancellarne la distanza.
In altre tradizioni mesopotamiche, un ruolo decisivo nella creazione dell’uomo viene attribuito anche a Enki, il dio della sapienza e delle acque primordiali, la cui azione completa e integra il racconto conservato nell’Enuma Elish.
Mondi che finiscono e ricominciano
Numerose cosmologie non immaginano la creazione come evento singolo e definitivo, ma come fase di un ciclo destinato a ripetersi attraverso distruzioni e rinascite successive. Il pensiero induista organizza il tempo cosmico in quattro yuga di durata decrescente, culminanti in un periodo di dissoluzione chiamato pralaya, dopo il quale l’intero processo creativo riprende da capo secondo uno schema che si ripete senza fine apparente, riflettendo una concezione del tempo circolare priva di una singola origine o conclusione assoluta.
La tradizione azteca racconta invece la sequenza dei Cinque Soli, ciascuno corrispondente a un’era cosmica governata da una divinità diversa e destinata a concludersi con una catastrofe specifica, dall’inondazione alla trasformazione in scimmie degli abitanti di un’era precedente, fino al sole attuale che i sacerdoti aztechi ritenevano sostenuto soltanto grazie al sacrificio rituale costante. La mitologia norrena, pur meno esplicitamente ciclica rispetto agli esempi induista e azteco, racconta con il Ragnarok una distruzione cosmica totale seguita dalla rinascita di un mondo nuovo, verde e rigenerato, popolato dai pochi dèi superstiti e da una nuova umanità, introducendo un’apertura verso il rinnovamento che smentisce l’idea di una fine puramente definitiva.
Il confronto tra queste tre cosmologie cicliche mostra sfumature importanti: la ripetizione induista appare quasi meccanica, priva di colpa o responsabilità specifica; la sequenza della creazione del mondo azteca lega esplicitamente la sopravvivenza del mondo attuale alla pratica rituale umana, rendendo l’uomo corresponsabile della continuità cosmica; il Ragnarok norreno mantiene invece la struttura di un unico grande ciclo, distruzione e rinnovamento, più vicino a una parabola escatologica che a una ripetizione infinita. Queste differenze dimostrano come l’idea stessa di ciclicità cosmica possa assumere significati profondamente distinti a seconda del rapporto che ciascuna cultura instaura tra tempo, responsabilità umana e destino divino.

Cosa rivelano davvero i miti della creazione
Ogni cosmogonia, oltre a raccontare l’origine del mondo, rivela anche il modo in cui una civiltà interpreta il proprio posto nell’universo. Una cultura che immagina l’ordine come una conquista faticosa sul caos, come accade nella tradizione greca o in quella mesopotamica, tende a rappresentare anche la stabilità della società come un equilibrio fragile, da difendere continuamente contro forze che minacciano di dissolverlo. Al contrario, una cosmologia che attribuisce la creazione al pensiero o alla parola divina, come nella teologia menfita dell’antico Egitto, suggerisce che l’autorità e l’ordine derivino prima di tutto dalla conoscenza e dalla capacità di dare forma alla realtà attraverso il linguaggio.
Anche il materiale da cui nasce l’umanità rivela molto della visione del mondo di ciascuna cultura. Quando il Popol Vuh racconta che gli uomini vengono creati dal mais, la vita umana appare inseparabile dalla terra che la nutre. Nella Mesopotamia antica, invece, l’uomo nasce per assumere un compito preciso all’interno dell’ordine voluto dagli dèi, riflettendo un rapporto diverso tra divinità, lavoro e responsabilità. Lo stesso vale per la concezione del tempo: alcune tradizioni immaginano una storia orientata verso un inizio e una conclusione, altre vedono il cosmo come una successione di cicli destinati a rinnovarsi senza fine, collocando l’esistenza umana all’interno di un ritmo molto più ampio.
Anche il significato della sofferenza cambia profondamente da una tradizione all’altra. Dove il mondo nasce dal sacrificio di un essere primordiale, come accade con Ymir, Pangu o Purusha, la sofferenza sembra appartenere alla struttura stessa dell’universo, come il prezzo inevitabile della creazione. Nelle cosmologie fondate sulla parola o sulla volontà divina, invece, il dolore tende a essere interpretato come una conseguenza successiva, legata all’agire degli uomini o degli dèi piuttosto che all’origine del cosmo.
Ogni confronto di questo tipo richiede tuttavia una certa prudenza. Parlare di “mitologia greca”, “tradizione africana” o “pensiero induista” significa riunire sotto un’unica definizione racconti sviluppati in epoche, regioni e contesti culturali spesso molto diversi tra loro. Le analogie aiutano a comprendere i grandi temi condivisi, ma non cancellano la straordinaria varietà delle tradizioni da cui questi miti sono nati.
Le fonti storiche
Conoscere le fonti da cui provengono questi racconti permette di comprenderne non solo il fascino narrativo, ma anche il valore storico. La Teogonia di Esiodo, composta nell’VIII secolo a.C., rappresenta la testimonianza più organica della cosmogonia greca arcaica, pur rielaborando tradizioni orali molto più antiche. In Egitto, i Testi delle Piramidi e i successivi Testi dei Sarcofagi, incisi a partire dal III millennio a.C., conservano alcune delle più antiche riflessioni sulla creazione del mondo, offrendo una preziosa testimonianza del pensiero religioso faraonico.
L’Enuma Elish, tramandato su tavolette cuneiformi, racconta lo scontro tra Marduk e Tiamat e veniva recitato durante le celebrazioni del capodanno babilonese, segno che il mito della creazione possedeva anche una funzione politica e rituale. L’Edda poetica, trascritta in Islanda durante il Medioevo ma fondata su una cosmologia molto più antica, costituisce invece la principale fonte per ricostruire la cosmologia norrena legata a Ymir e al Ginnungagap.
Per il Giappone il riferimento fondamentale è il Kojiki, compilato nell’VIII secolo d.C. come racconto delle origini divine dell’arcipelago. Il Popol Vuh, trascritto nel XVI secolo a partire da una precedente tradizione orale e pittografica maya, rimane la fonte essenziale per la cosmogonia mesoamericana, pur richiedendo una lettura attenta al contesto coloniale in cui venne fissato per iscritto. Gli inni vedici, conservati per secoli attraverso una rigorosa trasmissione orale, custodiscono invece il mito del sacrificio di Purusha ben prima della successiva elaborazione filosofica dell’induismo.
Non tutte le cosmogonie, però, sono giunte fino a noi attraverso testi. Molte tradizioni africane, così come numerosi racconti trasmessi oralmente in altre parti del mondo, sono state raccolte soltanto in epoca moderna, spesso da etnografi e studiosi che hanno inevitabilmente filtrato ciò che ascoltavano attraverso il proprio sguardo culturale. Per questo motivo l’archeologia e l’iconografia rivestono un ruolo fondamentale: rilievi, sigilli, ceramiche e raffigurazioni sacre permettono di riconoscere motivi cosmologici molto più antichi delle loro prime attestazioni scritte, aiutando a ricostruire la lunga storia delle idee sulla creazione del mondo.
Perché questi miti continuano a parlarci
I miti della creazione hanno smesso da tempo di funzionare come spiegazione religiosa vincolante per la maggior parte dei lettori contemporanei, eppure continuano a esercitare un fascino capace di attraversare i confini delle religioni che li avevano originariamente prodotti. La letteratura mondiale, dalla poesia epica alla narrativa contemporanea, torna costantemente a queste immagini fondative per costruire mondi immaginari governati da logiche cosmologiche coerenti, ispirate non di rado esplicitamente ai modelli di caos primordiale, uovo cosmico o sacrificio divino qui discussi.
L’arte figurativa, dalla pittura rinascimentale ispirata alla Genesi biblica alle rappresentazioni contemporanee dei miti induisti o norreni, continua a trarre linfa visiva da queste narrazioni, dimostrando come l’immagine della creazione mantenga una forza espressiva capace di rinnovarsi attraverso stili e tecniche assai distanti da quelle originarie. Le identità culturali contemporanee, specialmente nei contesti dove queste tradizioni sopravvivono come patrimonio religioso vissuto piuttosto che come semplice curiosità storica, continuano a trovare nei racconti cosmogonici un ancoraggio simbolico capace di rafforzare l’appartenenza collettiva anche in società profondamente trasformate rispetto a quelle che avevano generato originariamente questi miti.
Il cinema e la narrativa fantasy contemporanea, pur meritando qui solo un cenno rispetto al peso specificamente mitologico dell’argomento, confermano quanto lo schema della creazione del mondo resti uno strumento narrativo insostituibile ogni volta che una storia necessita di un proprio universo coerente e credibile, capace di sostenere le vicende che vi si svolgeranno.
Il racconto con cui il mondo diventa abitabile
I miti sulla creazione del mondo non rispondono soltanto alla domanda su come sia nato l’universo: cercano soprattutto di spiegare come l’essere umano possa trovare il proprio posto in un cosmo che, altrimenti, apparirebbe indifferente e privo di significato. Dal Caos della tradizione greca all’uovo cosmico, dal sacrificio di Ymir al mais del Popol Vuh, ogni civiltà ha trasformato l’origine del mondo in una mappa capace di orientare l’esistenza, indicando dove riconoscere il sacro, quale rapporto unisce gli uomini agli dèi e quale ordine sostiene la realtà.
Per questo le cosmogonie continuano a parlare anche a chi non le considera più verità religiose. Non raccontano soltanto come il mondo abbia avuto inizio: raccontano il modo in cui ogni civiltà ha imparato a comprenderlo, ad abitarlo e a riconoscersi al suo interno.
