Il Tartaro nella mitologia greca
Sotto il mondo dei morti c’è qualcos’altro. Più in basso dell’Ade, più in basso dei fiumi che le anime attraversano, più in basso dei Campi Asfodeli e degli stessi Campi Elisi, i Greci immaginavano un luogo che apparteneva alle origini stesse del cosmo — più antico degli dèi destinati a combattere e dei mortali sottoposti al giudizio.
Il Tartaro.
Non è un’invenzione tarda né una regione aggiunta in seguito alla geografia dell’oltretomba per dare un posto ai dannati. Nella più antica cosmologia greca, il Tartaro precede quasi tutto. Precede Zeus e gli Olimpi. Precede la Titanomachia. Precede persino la distinzione tra il vivo e il morto. È l’abisso come condizione fondamentale del cosmo — la profondità assoluta che esiste perché il cosmo ne ha bisogno, come un edificio ha bisogno di fondamenta che nessuno vede.
Cosa è il Tartaro — e cosa non è
Il primo errore da correggere è la sovrapposizione con l’Ade. I due appartengono alla stessa geografia sotterranea, ma indicano realtà diverse.
L’Ade è il regno dei morti — di tutti i morti. Chi muore va nell’Ade indipendentemente da come ha vissuto. Le anime vengono giudicate, distribuite tra le diverse regioni, collocate nel posto che compete loro. L’Ade è la forma attraverso cui il cosmo gestisce la morte ordinaria — inevitabile, imparziale, necessario.
Il Tartaro appartiene a un ordine più antico e più profondo. Non è una regione tra le altre nell’oltretomba greco. Ospita i grandi nemici degli dèi e, nelle elaborazioni successive, alcuni dei condannati più celebri della mitologia greca. Esiodo lo descrive come un abisso circondato da mura di bronzo, posto nelle profondità estreme del cosmo. Il Flegetonte verrà associato soprattutto nelle tradizioni posteriori alle regioni di pena e al Tartaro.
Nell’Ade si va per destino. Nel Tartaro si finisce per sentenza.
Uno è la fine naturale di ogni vita. L’altro è il contenitore dei colpevoli che l’rdine cosmico ha dichiarato irrecuperabili.
Il Tartaro non coincideva con l’intero oltretomba greco, ma rappresentava la regione più profonda e remota degli Inferi, separata dal resto del regno dei morti.

Il Tartaro prima degli dèi
Esiodo, nella Teogonia, colloca il Tartaro tra le quattro realtà primordiali dell’universo. Prima di tutto c’era il Caos — l’apertura, il vuoto, l’indistinto. Poi Gaia, la terra, il corpo solido del cosmo. Poi Eros, il principio dell’attrazione che avrebbe fatto sì che le cose si unissero. E poi il Tartaro — il fondo, la profondità inaccessibile, il punto opposto alla superficie.
Il Tartaro apparteneva dunque alle origini. Compariva prima degli dèi olimpici e delle generazioni divine che avrebbero dato forma al mondo, come espressione della profondità estrema del cosmo.
Esiodo offre una misura destinata a rendere percepibile una distanza inconcepibile: se un’incudine di bronzo cadesse dal cielo, impiegherebbe nove giorni e nove notti per raggiungere la terra, e altri nove per arrivare al Tartaro. Il numero ha valore poetico, ma comunica un’idea precisa: il Tartaro si trova oltre ogni profondità ordinaria, separato dalla superficie da una distanza quasi impossibile da immaginare.
Nella cosmologia arcaica, il Tartaro è anche una potenza divina. Dalla sua unione con Gaia nacque Tifone, la creatura destinata a minacciare il dominio di Zeus. Il Tartaro assume così anche un valore generativo: dalle sue profondità emerge una forza primordiale che l’ordine olimpico dovrà affrontare e contenere.
La prigione dei ribelli cosmici
Quando Zeus e i suoi fratelli conclusero la Titanomachia — la guerra decennale contro i Titani — la vittoria segnò più di un cambio di potere. Definì un nuovo ordine, che richiedeva l’allontanamento delle forze capaci di minacciarlo.
I Titani sconfitti, esseri immortali, furono incatenati e precipitati nel Tartaro. Gli Ecatonchiri — i giganti dalle cento braccia che Zeus aveva liberato per ottenere il loro aiuto nella guerra — divennero i guardiani della prigione. Coloro che avevano conosciuto la reclusione custodivano ora le potenze sconfitte dal nuovo sovrano del cosmo.
I testi antichi insistono meno sulla tortura dei Titani che sulla loro separazione. Restano nel fondo dell’abisso, avvolti dalle tenebre e esclusi dal mondo governato dagli Olimpi. La loro pena consiste soprattutto nella perdita definitiva della libertà e del posto che avevano occupato nel cosmo.
Tifone — il mostro dalle cento teste nato dall’unione del Tartaro con Gaia, il più pericoloso avversario affrontato da Zeus — conobbe un destino simile dopo la sconfitta. Zeus lo abbatté con i fulmini e, secondo alcune tradizioni, lo precipitò nel Tartaro. Altre versioni lo immaginavano sepolto sotto l’Etna, interpretando il fuoco del vulcano come il suo respiro e i terremoti come i movimenti del corpo imprigionato. Anche sconfitto, il mostro continuava a esistere, trattenuto però lontano dalla superficie.
Questa era la logica del Tartaro come prigione: contenere le forze capaci di distruggere l’ordine cosmico e mantenerle separate dal mondo governato dagli dèi.
Le punizioni eterne
Il Tartaro ospita anche mortali colpevoli di trasgressioni eccezionali — uomini e donne che hanno violato i principi fondamentali del rapporto con gli dèi e con l’ordine del cosmo.
Le loro punizioni condividono una caratteristica precisa: il compimento resta sempre fuori portata. Ogni supplizio ricomincia prima di raggiungere un termine, trasformando il castigo in una condizione perpetua.
Sisifo ingannò la morte due volte. Prima incatenò Thanatos; poi convinse Ade, o Persefone secondo le versioni, a lasciarlo tornare nel mondo dei vivi con il pretesto di sistemare i propri riti funebri. Una volta tornato, rimase a Corinto. La sua punizione consiste nello spingere un masso enorme lungo un pendio e nel vederlo rotolare a valle ogni volta che la cima è vicina. Sisifo aveva tentato di rimandare la conclusione; il Tartaro lo condanna a un gesto destinato a ricominciare per sempre.
Tantalo aveva avuto accesso alla tavola degli dèi — un privilegio rarissimo per un mortale — e aveva abusato di quella vicinanza, arrivando, secondo la versione più celebre, a servire loro la carne del figlio. Ora sta immerso nell’acqua fino al mento, sotto rami carichi di frutti. L’acqua si ritira quando si china per bere; i rami si sollevano quando tende la mano. La prossimità irraggiungibile riproduce il privilegio divino che aveva ricevuto e tradito.
Issione aveva tentato di sedurre Era — la moglie di Zeus, la regina dell’Olimpo. È legato a una ruota di fuoco che gira senza mai fermarsi. Il movimento perpetuo senza avanzamento, il fuoco perpetuo senza consumazione.
Le Danaidi — quarantanove delle cinquanta figlie di Danao, colpevoli di aver ucciso i mariti durante la notte di nozze — sono condannate, nelle tradizioni più tarde, a riempire recipienti forati. L’acqua sfugge prima che il lavoro possa dirsi concluso. Il patto spezzato si trasforma così in un compito incapace di raggiungere il proprio esito.
Questi castighi seguono la forma delle trasgressioni che li hanno generati. Il desiderio, l’inganno o lo squilibrio vengono trasformati in gesti perpetui, destinati a riprodurre all’infinito la logica della colpa.

Tartaro e Ade: la distinzione necessaria
Vale la pena tornare sulla distinzione tra i due, perché è fondamentale per capire come i Greci pensavano alla morte e alla colpa.
Il sistema dell’oltretomba greco è governato da Ade — il re, il sovrano impassibile del regno dei morti. Caronte traghetta le anime dall’Acheronte. Cerbero guarda che nessuno esca. I giudici — Minosse, Radamanto, Eaco — valutano le anime e le indirizzano. Tutto questo appartiene al dominio di Ade.
Il Tartaro occupa una profondità ancora più remota. Nato nella cosmologia arcaica come abisso primordiale, divenne anche la prigione dei Titani e il luogo destinato ai grandi condannati. Esiodo lo descrive circondato da mura di bronzo e custodito dagli Ecatonchiri, incaricati di sorvegliare le potenze sconfitte.
Nell’Ade si va per destino naturale — è la fine di ogni vita, senza eccezioni. Nel Tartaro si finisce per sentenza — per una trasgressione che il cosmo ha giudicato incompatibile con la possibilità di continuare a esistere nel mondo ordinario, anche nella sua forma post-mortem attenuata dei Campi Asfodeli.
Le Moire — Cloto, Lachesi e Atropo — regolano simbolicamente la durata della vita: filano, misurano e recidono il filo assegnato a ciascun mortale. Il Tartaro appartiene invece alla logica del castigo e della reclusione, sviluppata nelle diverse tradizioni mitologiche dell’aldilà.
Il Tartaro nella tradizione romana e successiva
I Romani ereditarono il Tartaro con la stessa disinvoltura con cui ereditarono la maggior parte della teologia greca — cambiando i nomi, adattando le funzioni, mantenendo la struttura profonda.
Nella cosmologia romana, il Tartaro divenne più nettamente una sezione dell’oltretomba — non più un’entità primordiale pre-divina, ma un luogo di punizione ben definito all’interno del sistema governato da Plutone. Virgilio nell’Eneide lo descrive con una precisione quasi architettonica: le mura di Dite, il fiume Flegetonte come barriera, le porte di bronzo, i condannati visibili a distanza. La versione virgiliana è più ordinata, più giuridica, più romana nella sua precisione.
Dante conobbe il Tartaro attraverso Virgilio — letteralmente, dato che Virgilio è la sua guida — e nel nono cerchio dell’Inferno, con i traditori congelati nel ghiaccio di Cocito, si sente ancora l’eco dell’abisso greco: un luogo più profondo della morte, riservato a chi ha tradito i legami fondamentali.
Il fondo del cosmo
Il Tartaro esiste perché il cosmo greco aveva bisogno di un luogo in cui confinare ciò che minacciava il suo ordine. Le forze sconfitte prima che l’assetto olimpico si stabilisse — i Titani, Tifone, le potenze primordiali — dovevano essere contenute. Allo stesso modo, i mortali colpevoli delle trasgressioni più gravi venivano separati dal destino ordinario delle anime nei Prati di Asfodelo.
Il Tartaro rappresenta il luogo in cui vengono rinchiuse le forze incompatibili con l’ordine del cosmo. I Titani appartenevano a una generazione divina ormai superata. Tifone incarnava una potenza capace di dissolvere il dominio di Zeus. Anche le condanne di Sisifo e Tantalo prolungavano all’infinito la logica delle loro trasgressioni.
La profondità descritta da Esiodo — nove giorni di caduta dal cielo alla terra e altri nove dalla terra al Tartaro — ha un valore cosmico. Indica una distanza capace di separare il mondo ordinario da ciò che l’abisso custodisce, rendendo il ritorno quasi inconcepibile.
I Titani sono lì. Tifone è lì. Sisifo spinge il suo masso. Tantalo tende ancora le mani verso l’acqua e i frutti.
E il cosmo, sopra di loro, continua a funzionare.
